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FIRENZE - Quelle opere così poco icone Natali spiega l'arte sconosciuta
GAIA RAU
30 agosto 2016 LA REPUBBLICA




OGGETTO del suo intervento al piazzale Michelangelo, la riflessione che forse più di ogni altra ha indirizzato, dal 2006 al 2015, la sua attività alla guida del più visitato museo italiano, quella cioè sul conflitto tra "Feticci e poesia". Probabile titolo, quest'ultimo, anche del suo nuovo libro, in arrivo entro la fine di settembre per Silvana Editoriale: una raccolta di testi «che riguardano solo cose che ho fatto perché, mai come in questo momento, ho capito di detestare gli annunci: presentazioni di mostre, saggi, testi di cataloghi e così via».

Nei suoi anni da direttore, ha cercato di distogliere l'attenzione del pubblico dalle icone del museo per indirizzarla verso autori e opere meno inflazionati, attraverso iniziative come "La città degli Uffizi". Ci è riuscito? E, soprattutto, quello tra feticcio e poesia è un dissidio destinato a restare insolubile?

«Non è detto. Feticcio è ogni testo poetico, anche molto bello, che finisce per essere reputato alla stregua di una reliquia, un oggetto di devozione. E, pur sforzandomi di essere credente, sono convinto che la fede non debba mai entrare nei musei, perché impedisce la connessione fra la mente e il cuore. Come si fa, di fronte a un'opera come il David, a non domandarsi perché Michelangelo ha scelto di rappresentare un gigante, e non un giovinetto effeminato? O perché, ai suoi piedi, non ha la testa di Golia? E ancora, cosa ci fanno, sullo sfondo del Tondo Doni quegli uomini nudi che si strappano di dosso i pochi panni rimasti? Questi quesiti non ce li poniamo più, convinti di saper riconoscere il bello, e dimenticando che questo, ormai, non è altro che ciò che l'industria culturale definisce tale. Agli Uffizi ho sempre cercato di combattere contro questa visione, facendo cose che non richiamassero un immediato plauso di immagine, ma la mia battaglia ha dato pochi esiti: d'altra parte il feticcio è più facile da coltivare, e il nostro sguardo ormai è abituato più a sbalordire che a cercare di capire».

Chi può insegnarci di nuovo a guardare?

«I bambini. Quando organizzavo le visite per le scuole, facevo scegliere a loro le opere da approfondire. E loro non si fermavano certo di fronte alla Maestà di Giotto, ma piuttosto davanti alla Tebaide, quest'opera semi sconosciuta, a lungo attribuita allo Starnina (oggi a Beato Angelico, ndr), fatta di tanti piccoli dettagli, storie, personaggi, di cui poi parlavano a casa, educando genitori che invece conoscevano solo Botticelli. Un bambino è poco condizionato dall'idea del feticcio, e in un'opera d'arte cerca la trama, il racconto: una cosa che noi adulti abbiamo dimenticato».

La valorizzazione che il ministro Franceschini ha contrapposto alla tutela come base della sua riforma dei beni culturali, è per lei un altro modo per invocare il feticcio?

«Lo è nell'accezione volgare che le diamo ai nostri giorni. Per come la vedo io, valorizzazione è un sinonimo di tutela, perché significa dare valore a un bene che non lo ha mai avuto, o restituirlo a un bene che l'ha perso. Se questo viene fatto con estro, immaginazione, può anche portare del denaro, ma se si parte dal presupposto che debba essere solo un'operazione economica, in futuro vedremo soltanto mostre su Van Gogh, gli impressionisti, Botticelli o Leonardo. E gli uomini di domani saranno più ignoranti di noi».



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