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Breve storia di terremoti e ricostruzioni in Italia dagli anni '60
Vittorio Emiliani
Il Tirreno 31/8/2016

Si può ricostruire con cura ed efficacia

I forti terremoti con vittime umane sono stati, dal 1940 ad oggi più di trenta con migliaia di morti (soltanto in Friuli quasi mille e in Irpinia poco meno di tremila), decine di migliaia di feriti o infortunati a vita, centinaia di migliaia di sfollati. Secondo il “Sole 24 Ore” i miliardi di euro spesi dallo Stato dal terremoto del Belice (1968) a ieri ammontano – attualizzando gli stanziamenti – a 121,6 miliardi di ieri. Almeno il doppio o il triplo di quanto costerebbe oggi mettere in sicurezza sul piano antisismico quel 70 % dell’Italia che in sicurezza non è. Un affare. Bisogna però connettere la messa in sicurezza antisismica con quella idrogeologica: se infatti tutta la dorsale appenninica è ad alto rischio terremoti, il 98 % dei Comuni laziali e il 99 % di quelli marchigiani (nessuno di pianura) risulta a rischio idrogeologico. Un territorio quanto mai fragile che la natura sismica esalta e devasta con facilità.
La tragedia di Amatrice e di altri Comuni fra Lazio e Marche ha per lo meno prodotto una riflessione critica su prevenzione e ricostruzione. Non abbiamo dovuto riascoltare i tromboni della retorica del post-terremoto aquilano con il duo Berlusconi-Bertolaso unti dal Signore per salvare quelle terre martoriate con una loro ricetta che prescindeva totalmente (l’abbiamo scritto inutilmente) dalle esperienze positive di altre ricostruzioni. Il modello-Aquila viene infatti considerato oggi come uno di quelli da cui rifuggire. Mentre si riparla di “ricostruire com’era e dov’era” (ministro Del Rio) che fu il motto vincente del Friuli, di non disperdere le piccole comunità locali sfollandole lontano per anni, di non creare assurde new towns senza un minimo disegno urbanistico.
Anche la grande stampa tuttavia indugia molto in generiche denunce degli sprechi del passato facendo di tutta l’erba un solo fascio ovviamente deprimente. Mentre nella storia tribolatissima di questo Paese geologicamente “giovane” squassato da frequenti forti terremoti esistono anche esempi di saggia, informata e filologica ricostruzione. A questo punto vorrei dire sommessamente che la richiesta di Matteo Renzi all’archistar Renzo Piano di occuparsi di questa ricostruzione fra Lazio e Marche ancora una volta profuma di trovata mediatica. Piano, geniale, generoso e attrezzato, non figura fra gli esperti dei post-terremoti italiani. Ho citato il Friuli 1976-77: qui furono le comunità locali a volere – soprattutto a Venzone come documenta il prezioso libro “Le pietre dello scandalo” uscito da Einaudi nel 1980 a cura di Marisa Dalai,Remo Cacitti, Maria Teresa Binaghi Olivari e altri nella collana diretta da Corrado Stajano – una ricostruzione “pietra su pietra”. Ma ci fu la più stretta collaborazione interdisciplinare fra Soprintendenze statali, Comuni, Regione, Curie vescovili, uffici tecnici locali, ecc. Come quella messa in campo nel 1997 dal governo Prodi (ministro Veltroni, direttore generale ai Beni Culturali il mai abbastanza rimpianto Mario Serio) nominando commissario straordinario per l’Umbria Antonio Paolucci affiancato dallo storico dell’arte umbro Bruno Toscano e per le Marche l’ex soprintendente e allora direttore del Catalogo Maria Luisa Polichetti affiancata dalla storica dell’arte Marisa Dalai.
Una fruttuosa collaborazione sul campo fra Soprintendenze e Università, coi giovani impegnati (40 quelli della Sapienza) a catalogare le opere danneggiate. Per la Basilica Superiore di Assisi si rischiò lo slittamento a valle e una rovina totale, ma il pronto e coraggioso intervento di tecnici preparatissimi lo evitò e consentì il restauro integrale della Basilica grazie a Giuseppe Basile, specialista straordinario dell’Istituto Centrale per il Restauro, e di strutturisti di caratura internazionale quali Giorgio Croci e Paolo Rocchi (successivamente di restauratori come Sergio Fusetti e Carlo Giantomassi). In due anni e due mesi soltanto la Basilica Superiore fu riconsegnata splendente ai francescani. Più lungo il recupero di centri storici molto colpiti come Foligno, Nocera Umbra, Gualdo Tadino, Colfiorito, Tolentino, ecc. Per gli sfollati si usarono prefabbricati in legno di ottima qualità che riprodussero di fatto le comunità locali, incluse scuole e altri servizi, senza allontanare la gente. In tal senso il lavoro di squadra posto in opera fra Umbria e Marche rimane per molti versi esemplare in senso positivo. In buona misura pure quello della Val Nerina dopo il 1979, come dimostra la buona tenuta antisismica di Norcia investita dal terremoto di Amatrice.
In senso negativo sono invece esemplari purtroppo le ricostruzioni della Valle del Belice dove ambizioni sbagliate hanno allungato enormemente i tempi e cancellato le identità locali e quella dell’Aquila. Negativa fu pure, per gran parte, la vicenda dell’Irpinia, non per i monumenti tuttavia il cui recupero fu diretto da un soprintendente di grande livello quale Mario De Cunzo che spese presto e bene i 300 miliardi di lire assegnatigli. Allo stesso modo i commissari per la casa di Napoli (colpita dal sisma) Maurizio Valenzi sindaco e l’urbanista Vezio De Lucia i quali riconsegnarono ben 20.000 alloggi recuperati in tempi rapidi senza l’ombra di un avviso di garanzia.
Valide furono pure due ricostruzioni post-terremoto di cui non si parla mai: quella di Tuscania semidistrutta con oltre trenta vittime dal sisma del 1971, che oltre quarant’anni più tardi regge benissimo, e l’altra di Ancona dove lo sciame sismico scosse il centro storico della città per undici mesi, senza fare vittime e però con danni profondi a tutta la città antica, dall’alto del colle fino al quartiere del Porto. Ma nessuno o quasi ne parla. Preferendo sottolineare sempre e soltanto scandali e sprechi, come se il nostro fosse un Paese popolato unicamente da ladroni, cialtroni e incapaci. Oppure rifacendosi miracolisticamente agli archistar.





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