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Città d’arte a numero chiuso? «No, però...»
Stefani Miliani
5 ottobre 2016, L'Unità

Venezia, Firenze, San Gimignano e altre mete scoppiano: troppi turisti. Dovremo mettere un limite? Sarà democratico? Le risposte di quattro autorevoli esperti


Avrete vissuto anche voi, qualche volta, un’esperienza del nuovo tipo: quella del turista imbottigliato in un ingorgo umano di bipedi come voi, affamati di bellezza o di svago, come voi. L’avrete provato transitando per le calli veneziane dal Ponte di Rialto a piazza San Marco dove, nelle ore di punta (praticamente l’intera giornata) l’intasamento di rado concede spazi. Nella città storica, sotto i 60mila abitanti, nel 2014 l’Istat ha registrato 4 milioni e 280mila arrivi. Oppure tra il Duomo e piazza Signoria a Firenze, lungo le vie centrali che molti fiorentini spesso evitano per evitare la gimkana tra turisti. Ancora: vi sarete sorpresi di fronte al traffico umano nei sentieri sul mare o in borghi magnifici come Monterosso al Mare o Lerici alle Cinque Terre (quasi 480mila arrivi nell’anno 2014), per le vie sotto le torri medioevali di San Gimignano, sul lungomare di Capri.
Sono esperienze che confermano un mutamento epocale con paradosso incorporato: l’Italia vive e ha bisogno di turismo, è una voce economica essenziale e i turisti dovrebbero costituire uno scambio umano e culturale tra genti diverse. Il troppo turismo tuttavia soffoca alcuni centri storici o città d’arte perché, con i numeri, sovrasta la popolazione, puntare tutto su questa forma d’industria schiaccia e scaccia gli abitanti, sfratta per i costi stratosferici chi commercia merci del vivere quotidiano. E ha ricordato come da un problema simile non si scappa il ministro dei Beni e attività culturali e turismo Dario Franceschini parlando, ieri in casa Rai, di un documentario (trovate la notizia in questa pagine): «Se tutti i turisti vanno al Ponte di Rialto, alla Fontana di Trevi e agli Uffizi non ci stanno. La prima importante operazione è far conoscere, innanzi tutto agli italiani, luoghi come la Reggia di Caserta».
Dato tutto questo, diventa impellente chiedersi: si dovrà arrivare alle città a numero chiuso? Tradendo quel fondamento civile, politico, umano e culturale che è la città stessa dove è giusto entrare e uscire liberamente? Sarà un’opzione drammatica ma inevitabile? Salvatore Settis, archeologo e storico dell’arte, già al timone del Getty Center a Los Angeles, già direttore della Normale di Pisa, impegnato da anni e anni sul terreno del patrimonio culturale, di recente ha pubblicato un saggio per Einaudi dalla vasta risonanza internazionale: Se Venezia muore. Titolo chiarissimo: di questo passo la meraviglia sull’acqua verrà rosa, consumata.

«No, non sono favorevole al numero chiuso, vorrebbe dire trasformare le città in museo – risponde Settis - Le città sono per i cittadini. Si può fare però una scelta politica che impedisca lo svuotamento dei centri storici. L’ho scritto su Venezia ma vale per tutti: servono una politica per la casa per i giovani e una politica del lavoro per i giovani che manca».

Eppure i turisti puntano quasi tutti sul triangolo Venezia - Roma – Firenze (dove l’Istat ha contato quasi 3,5 milioni di arrivi due anni fa).

«I flussi vanno meglio indirizzati sia all’interno delle città stesse, sia nella regione circostante –replica lo studioso - evitando lo svuotamento dei centri storici. Sono due cose che andrebbero fatte in modo complementare e invece mancano in un senso che nell’altro, manca una vera politica da parte di questo e dei governi di prima. In 40 anni non si è mai affrontato questo problema. Mai».

Un paradosso gigantesco è che viviamo in un Paese ricco di luoghi d'arte e di fascino.

«Appunto. E abbiamo un ministero dei beni e attività culturali e turismo che, se vuole fare il suo mestiere, dovrebbe fare qualcosa e ancora non mi risulta lo abbia fatto. Il ministero e la direzione generale del turismo dovrebbe indirizzare di più su Padova, Treviso, Vicenza, Verona o nei centri minori se parliamo del Veneto. Lo stesso vale per gli altri luoghi. I flussi turistici sono gestiti dalle compagnie turistiche per cui occorre trovare una politica, se ha senso avere, come ritengo abbia senso, avere un ministero unico. Quei due aspetti andrebbero coordinati tra loro, ancora non lo hanno fatto, spero lo facciano».

Ha il polso della situazione Evelina Christillin. Presiede l’Enit, l’agenzia nazionale del turismo (organismo istituzionale), presiede la Fondazione del Museo egizio di Torino, guidò le Olimpiadi invernali in Piemonte nel febbraio 2006:
«Sono contraria al numero chiuso, l’ho anche detto alle Cinque Terre. La riterrei una scelta elitistica e razzistica. Come si suol dire il problema sta a monte. In un museo come l’Egizio per ragioni di sicurezza e di spazi non entrano più di 400 persone all’ora in ogni piano. Se si programma bene, se riesci ad avere turni puoi canalizzare i flussi. Oggi il turismo viaggia su internet, è facile preorganizzarsi per sapere quanta gente va in un certo posto. Se ti organizzi e dai un’informazione corretta ad associazioni, alberghi, è fattibile. Il problema è come gestire accessi e flussi sostenibili».

Difficile gestirli, quando nella città dei dogi si riversano tutte insieme centinaia o migliaia di passeggeri dai contestati giganti delle crociere.
«Io sono contro le “grandi navi”», osserva.

Anche il ministro Dario Franceschini ha dichiarato di osteggiarle, che ipotizzò di farle sbarcare a Trieste, invece quei grattacieli sull’acqua continuano tranquillamente a scorrazzare in mezzo ai palazzi, le chiese sovrastando i tetti e smuovendo le acque dei canali. E sul canalizzare i turisti al di fuori delle tre – quattro solite mete? Non accade.

«Le Regioni, che pure fanno bene molte cose, seguono politiche diverse e un governo può suggerire, non può imporre un indirizzo unico. Voglio però tornare alle grandi navi: oltre a costituire un problema ambientale, come con i torpedoni a Roma o a San Gimignano, anche da un punto di vista di ricavi e costi scaricano tonnellate di gente che mangia il panino, spesso sporca per terra, culturalmente in due ore vede poco e non spende niente».

Un orientale, un americano, vorrà però vedere Firenze, Venezia, Roma, quando viene per la prima e forse unica volta. Come convincerlo che c’è altro?
«Va comunicato che l’Italia è un museo diffuso ovunque. Come Enit abbiamo stipulato convenzioni con associazioni come quella della via Francigena, legate al ciclismo, all’enogastronomia, con piccoli borghi, con siti Unesco. L'80% del turismo mondiale si orienta sul web, non c’è la verticalità nel dire “vai lì o là”. Ma serve una politica nazionale che orienti. Come Enit potremmo essere una cabina di regia, ma finché ogni regione agisce come crede resta difficile. Inoltre si può promuovere un turismo ben distribuito nelle stagioni, non tutti i Paesi hanno le vacanze solo d’agosto. Nei grandi parchi nordamericani dicono ai visitatori di non andarci in quella settimana già piena ma in un’altra. Ci vuole una programmazione più precisa alla base e più capillare».

«Il problema è il turismo affidato alle Regioni, non c’è una strategia unica bensì è frammentata –commenta Andrea Carandini, archeologo attento ai fatti delle città e del vivere civile, presidente del Fai – Fondo ambiente italiano - Non si sono ben comportate né riguardo al paesaggio (solo Puglia e Toscana hanno i piani paesaggistici) né sul turismo. Ci vuole lo Stato, vediamo se passa la riforma costituzionale che gli restituisce poteri sul turismo».

E sul tipo di turisti?
«Per favorire il turismo “mordi e fuggi”prima la popolazione è stata estromessa dai centri storici andando nelle periferie, poi anche i ceti facoltosi sono stati eliminati. Le città non sono più tali, Venezia è diventata una messa in scena, invece una città è fatta sia dai monumenti che dalle persone».

Allora quale turismo auspica?
«Colto. Abbiamo un paesaggio elaborato e ha senso se lo offriamo e lo tuteliamo per persone minimamente preparate che contribuiamo a formare. Per questo ci vogliono percorsi alternativi. Dobbiamo far sapere al mondo che l’Italia non è solo la triade Venezia-Firenze-Roma, ha un’infinità di territori ignorati uno più interessante dell’altro, penso a Genova e Bologna che sono strepitose».

E sul numero chiuso?
«È proibitivo, il mio è un no secco. Se non esiste alternativa devo offrire alternative ».

Pone un problema concreto Francesco Bonami, curatore e critico d’arte contemporanea, fiorentino di nascita, già direttore della Biennale di Venezia nel 2003, direttore della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo a Torino: l’ipotesi di mettere un limite non lo convince, ma più di tanti, in uno spazio limitato, non possiamo starci:
«Il turismo porta benessere e riducendolo si riduce il benessere. E poi quali criteri si adottano per il numero chiuso? Credo sia molto complicato adottarlo e non sono affatto d'accordo. Certo Venezia è totalmente devastata dalle masse, ma ci siamo vantati della globalizzazione, viviamo la crescita di Paesi come Cina e India e poi ci lamentiamo che sono troppi».

Mettere un numero limite lo riterrebbe anche un problema di democrazia?
«No, è come pensare di vendere per lo stadio di San Siro 200mila biglietti quando ha al massimo 100mila posti. Si può dire che per sicurezza la struttura urbana non può sostenere un’ec - cessiva massa, lo vedrei più da un punto di vista di ecologia umana che di democrazia. Cito un famoso esempio: se domani due milioni di cinesi si presentano pacificamente tutti insieme a Firenze che si fa? Gli spazi urbani vanno visti come spazio fisico che finisce. A Venezia è anche un problema di trasporto sui vaporetti e di passaggio sui ponti».

E sul favorire mete alternative?

«È bizzarro pretendere che un turista mai stato in Italia preferisca la pur bella Todi a Venezia. Sarebbe come dire a un italiano mai stato a Londra di andare nello Yorkshire. Forse si potrebbe prendere esempio dal Bhutan: lì danno un certo numero di permessi l'anno, non è antidemocratico. A Venezia le presenze sono 13 milioni l’anno. Credo si possa fare in proporzione ai metri quadri. Ma come controlli?».

Per chiudere: finisce la concezione umanistica della città come luogo aperto di confronto, vissuto? «Sì – risponde Bonami - non puoi rimpiangere il viaggio in Italia di Goethe. Un controllo credo diventerà inevitabile. Si permetterà l’accesso a chi avrà una specie di visto? La città-museo fa ribrezzo ma è la realtà in cui vivono le persone. Altrimenti si rischia di vederla diventare come Shangai: ha una densità umana insostenibile. Né ha senso promuovere la bellezza se in piazza si accalca un milione di persone. Venezia tra San Marco, Accademia, Ponte dei sospiri è invivibile, non percorri le calli neanche a piedi in certi momenti».

Ma, avverte, sotto traccia non deve passare un messaggio da privilegiati occidentali: «Milioni di persone nel mondo vivono meglio, ciò deve farci piacere come esseri umani e non è giusto lamentarsi che il turista non sia più solo occidentale né soltanto l’appassionato d’arte »



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