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L'AQUILA - Palazzo da abbattere anzi no: la burocrazia nemica dei cittadini
di Marianna Gianforte
04 ottobre 2016 IL CENTRO


L'AQUILA In piazza Chiarino, l'angolo più amato della movida, c'è un palazzo non ricostruito che spunta come un dente cariato in una bocca sana. È quello del condominio al civico 9, un edificio costruito ai primi del Novecento e costituito da una decina di appartamenti tra prime e seconde case, sulle cui pareti crescono arbusti mentre le intemperie lo sgretolano ogni giorno di più. A 7 anni e mezzo dal terremoto ancora non si conosce il destino di questo palazzo che vede aumentare le crepe e gonfiarsi le mura a mano a mano che il tempo passa, e spunta come un neo in una zona riqualificata, con tanti palazzi tornati a nuova vita. Il palazzo, l'unico di piazza Chiarino a non essere vincolato, è finito imbrigliato nel caos della burocrazia della ricostruzione e nel rimpallo sull'opportunità di abbatterlo o meno. A raccontare la storia sono due proprietari, il professore emerito di Psichiatria Massimo Casacchia e sua moglie Rita Roncone, docente ordinario di Psichiatria. Che dopo sette anni di lungaggini, ricorsi al Tar e progetti redatti, non ne possono più dell'ennesimo sparigliamento di carte. Lo scorso 20 settembre, infatti, dalla Soprintendenza è arrivato lo stop all'abbattimento del palazzo «considerata l'ubicazione in centro storico, e che si tratta di un edificio di particolare pregio», si legge nelle motivazioni. «C'è amarezza perché questa casa, in cui avremmo voluto passare la nostra vita, è rimasta com'era», spiega Casacchia. Già nel 2010 la Soprintendenza espresse il suo parere positivo all'abbattimento, per il quale si paventava la demolizione con ricostruzione e recupero dei fregi: una scelta che non solo avrebbe portato a risparmiare (i lavori di demolizione e ricostruzione ammontano a oltre due milioni, molto di più con il restauro e l'intervento conservativo), ma soprattutto a ricostruire con il 100% della sicurezza sismica. E così, nel 2011, i proprietari hanno consegnato i loro progetti. «Dopo un silenzio incredibile di tre anni, quando la legge invece impone 60 giorni per procedere con i lavori, noi condòmini abbiamo fatto ricorso al Tar», aggiunge Casacchia. E siamo arrivati al luglio 2013. La sentenza è favorevole: il palazzo dev'essere abbattuto. Sulla base degli adempimenti stabiliti dal Tar, il 28 ottobre 2014 è stato nominato un commissario ad acta che a luglio 2015 ha indicato che si deve procedere con la sostituzione edilizia, confermando la decisione approvata in precedenza anche dallo stesso Ufficio per la ricostruzione. Ma nel momento in cui, finalmente, per i proprietari si vede la soluzione, ecco che la Commissione pareri Usra, il 20 settembre scorso e dopo 14 mesi, si dice contraria alla sostituzione edilizia, cambiando di nuovo le carte in tavola.



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