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Roma. Alla Gnam prove di «rivoluzione»
Edoardo Sassi
Corriere della Sera - Roma 11/10/2016

Taglio di oltre duecento opere esposte (ora sono 500), nessun approccio per singolo autore, né cronologico: presentato ieri il nuovo allestimento della Galleria nazionale d’arte moderna, voluto dalla direttrice Cristiana Collu.

Dimenticare tutto. Dimenticare il museo com’era finora. Dimenticare anche la sua tradizionale funzione (pubblica), che in sostanza è (sarebbe stata) quella di documentare e informare il visitatore, in questo caso su quanto accadde in tema d’arte tra Ottocento, Novecento e fino a oggi.

Dimenticare un approccio logico per temi e/o autori o men che mai diacronico. Fuori dunque la storia dell’arte intesa, appunto, in quanto storia . Perché il nuovo allestimento «in forma di mostra» (durerà fino ad aprile 2018) della (ex?) Galleria nazionale d’arte moderna, divenuta nel frattempo solo «Galleria nazionale», rivoluziona radicalmente quanto finora visto.

Giusto? Sbagliato? L’ultima riforma del Ministero per i beni culturali prevede l’assoluta autonomia e tanti poteri concentrati nelle mani dei direttori di (alcuni) musei. La Galleria nazionale d’arte moderna è uno di questi. E la direttrice Cristiana Collu, certo consapevole della sua «rivoluzione», ci mette la firma e, come si dice, la faccia, sovvertendo volutamente ogni regola di«impaginazione» di un museo che evidentemente, ora, riflette il gusto e le idee di chi lo dirige. Coraggio? Tanto. Rischi? Altrettanti, sia pur nel solco di una tendenza assai in voga a livello internazionale (Tate Modern, per dirne una) e che però riguarda soprattutto i musei d’arte contemporanea (la Galleria nazionale non lo è, o almeno non lo è soltanto, muovendo da Canova e avendo dei precisi momenti fondativi che ora non si «leggono» quasi più: il 1883, anno di nascita, il 1911, anno dell’Esposizione ecc. ecc. ecc.). Si è prediletto un taglio, per cosi dire, «curatoriale», con molte meno opere (taglio netto di oltre duecento, ora sono 500, di cui una quarantina in prestito da collezioni private); con pochissimo Ottocento (molto meno di prima) e nessuna sala-Futurismo, o sala-Metafisica, o sala-Balla, o sala-Burri, o sala-Fontana, o sala-Pascali...

L’intento appare chiaro: in spazi assai suggestivi (tra i meriti oggettivi del nuovo corso a Valla Giulia c’è quello di aver restituito l’edificio di Bazzani alla sua bellezza: aria, luce, continuità, giardini accessibili, monumentalità...) la Galleria si «Biennalizza» per accendere nel visitatore emozioni, suggestioni, reazioni (magari di rabbia) o, come si dice talvolta, cortocircuiti. Ma se non si informa più, se si marca «il definitivo abbandono di qualsiasi linearità storica per una visione che dispiega, su un piano sincronico, le opere come sedimenti della lunga vita del museo», il rischio, di straniamento in straniamento, non sarà quello di sconfinare nel soggettivismo esasperato, nello snobismo mondano del contemporaneese? Collocare un Fautrier accanto a un Ettore Tito, piazzare un Modigliani qua e un altro a cento metri, legare il Mare di Pascali (gran merito averlo recuperato in via permanente) all’ Ercole di Canova cosa sono? Accoppiamenti giudiziosi? Soggettivismi esasperati e che andrebbero ogni volta spiegati a ogni visitatore? O forse solo la volontà di fare una mostra (con titolo inglese: Time is Out of Joint), a tratti anche molto suggestiva, con le collezioni di un museo?



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