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MESTRE-Appunti dal territorio veneto: il caso emblematico del Museo Archeologico Nazionale di Altino
Debora Tosato
www.emergenzacultura.org, 14/10/2016

Quanti di voi hanno sentito parlare del Museo Archeologico Nazionale di Altino? Si tratta di uno dei recenti casi in cui gli enti statali hanno investito nell’archeologia, tanto da destinare un finanziamento cospicuo alla costruzione di un museo “moderno”, ideato in posizione strategica nel territorio veneto, dove sorgeva l’antica città romana di Altino.

Il sito si trova a venti minuti circa da Mestre, in un lembo di paesaggio ancora punteggiato da distese di campi, vie d’acqua e aree alberate.

Il museo, nascosto dietro un’ansa, appare dal nulla come un agglomerato di edifici, restaurati e fabbricati secondo un progetto mirato a coniugare il recupero delle antiche costruzioni rurali preesistenti e l’architettura contemporanea in un “sistema” avveniristico di collegamenti testuali che sfuggono alla comprensione dei comuni mortali.

Noi comuni mortali, infatti, vediamo una sorta di astronave dotata di una torre panoramica, un parcheggio “spaziale” e un locale destinato alla caffetteria, mai entrata in funzione. Ci sorge il dubbio che i dischi rotondi nello spiazzo antistante siano elementi d’arredo, o più banalmente tavoli privi di sedie.

Osservando i materiali impiegati, i pavimenti esterni, gli spazi erbosi, le lampade, gli infissi, si percepisce la grandiosità di un progetto studiato nei minimi dettagli, ma destinato a produrre quel senso di vuoto e desolazione tipico dei “non – luoghi”. Quei dettagli, che nel progetto avevano di certo una “perfezione astratta”, sono ora vittime di piccoli logorii sopravvenuti alla mancanza di cura e di manutenzione ordinaria. Prevale, in chi guarda e vive gli spazi, l’isolamento e l’incomunicabilità che trasmettono le architetture contemporanee quando sono avulse dal contesto di appartenenza.


Le collezioni archeologiche sono preziose e bellissime, ma il museo è privo di visitatori. A parte noi, in tutto il pomeriggio entrerà solo una coppia. Cosa c’è che non funziona? Gli apparati didattici, ricchi di informazioni e disegni, sono scritti in italiano e in inglese. I reperti, numerosi e molto vari, sono allestiti nelle vetrine dislocate a diversi piani (a parte l’ultimo piano, ancora deserto). Scorgiamo oggetti d’uso quotidiano, vasi, ornamenti, vetri, gemme, sculture, ritratti, e tanto altro. A piano terra l’occhio è attratto da grandi scheletri di animali. La didascalia spiega che appartengono a cavalli: “esemplare maschio di razza adulta con bardature originali”.

Cerchiamo una scultura che abbiamo visto nel 1999 in una mostra. Una fanciulla dal corpo acerbo ci fissa con lo sguardo severo, quasi corrucciato. Qualche ciocca di capelli le scivola sul petto. Ha ali troppo grandi per quel corpo minuto. E’ un esemplare meraviglioso del I secolo d.C.

Chi arriva da solo e chiede una mappa per visitare il museo, resterà deluso. Non hanno previsto piantine, né schede portatili con informazioni basilari, né un opuscolo che possa illustrare in maniera essenziale il senso del percorso.

Le visite guidate a cura del personale interno, previste dai Servizi Educativi del ministero, non appaiono tra i servizi gratuiti offerti quotidianamente al pubblico: sono appaltate all’esterno, tanto quanto la visita dell’area archeologica, da prenotare. Non si conosce il destino della vecchia sede storica, nella quale sono ancora conservati reperti archeologici.

La biglietteria non ha book-shop. A parte l’apertura continuativa di 11 ore, quali altri servizi offre l’amministrazione al pubblico? Chi valorizza le collezioni del museo? Che senso ha investire in un progetto molto ambizioso e tenere aperto un museo 11 ore tutti i giorni nell’isolamento più totale, se non si prevedono strategie per aumentare l’esiguo numero di visitatori?

Esiste un’altra parte del museo, quella che i visitatori normali non vedono e non possono conoscere. Spazi enormi del tutto inutilizzati. Molti locali hanno il cattivo odore del chiuso, ma non si possono aerare perché non sono state previste finestre da aprire, né sono stati acquistati arredi moderni e funzionali adatti all’uso. In un soppalco giacciono sparsi a terra svariati libri, ormai preda della polvere. Alcuni hanno una segnatura di catalogo. Sono i libri di una biblioteca specialistica di archeologia: cataloghi di mostre e musei, riviste scientifiche, collane di pubblicazioni storiche, tesi di laurea, eccetera. Con tutto questo spazio, non è stata realizzata una vera biblioteca con scaffali, armadi, sedie e tavoli. I locali adibiti a spogliatoio del personale di vigilanza sono costituiti da due stanze esigue, del tutto inadeguate: gli armadietti appaiono talmente vecchi da essere arrugginiti. Altre stanze sono divenute il ricovero di reperti archeologici, senza un adeguato sistema di climatizzazione e controllo dell’umidità. Una di esse assomiglia a una sala per conferenze. Il percorso si snoda in un labirinto di scale, stanze chiuse, bagni e depositi di vecchi mobili recuperati dal personale. Alcuni di essi arredano gli unici due uffici in funzione: quello della Direzione e di due addetti alla vigilanza, adibiti esclusivamente a lavoro amministrativo.

Potrebbero essere gli spazi di un centro commerciale, di una banca o di un tribunale, riempiti alla rinfusa.

Colpisce una tale incuria e disinteresse per la struttura e per le poche persone che vi lavorano, il cui malessere è rimasto inascoltato, nonostante le numerose segnalazioni sindacali, inviate più volte anche alla Direzione Musei del ministero. Manca un progetto scientifico di uso razionale e funzionale degli spazi, e manca ancora il raggiungimento di una vera identità del museo, che si costruisce coinvolgendo tutto il personale e garantendo un’offerta costante di servizi culturali, senza appaltare l’immagine e l’offerta a eventi effimeri come le presentazioni dei libri, gli aperitivi, le mostre temporanee o le giornate di apertura gratuita durante la prima domenica del mese.

Quando lo stato finanzia un progetto di ampio respiro e investe in risorse economiche, è tenuto allo stesso modo a investire in risorse umane, affinché il museo possa costituirsi come entità viva che dialoga con altre istituzioni nel territorio e realizza la sua missione di servizio culturale per la cittadinanza. Diversamente, non ha senso aprire un museo e lasciarlo a sé stesso. Chi gestisce queste strutture, come il Polo Museale del Veneto, ha la responsabilità di avere ereditato un sistema complesso e problematico che non può essere lasciato in balia delle contingenze. Cominciamo a dare risposte certe a chi lavora nei musei statali e ai visitatori, ripensando alle aperture e alle chiusure indiscriminate dei musei.



Debora Tosato, Dipendente Mibact, fa parte del coordinamento regionale CGIL FP del Mibact del Veneto



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