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GNAM - Roma, la lettera sulla Gnam del professor Benzi a Franceschini
di FABIO BENZI
19 ottobre 2016 LA REPUBBLICA



Componente del comitato consultivo, lo studioso scrive al ministro dei Beni culturali. E spiega le ragioni del suo no al nuovo allestimento della direttrice Collu. Innanzitutto: "Perché il comitato non è stato interpellato?"


Gentile Signor Ministro,
Le scrivo per metterLa al corrente della situazione che si è creata in seno alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, dove ben due su quattro dei membri del Comitato Scientifico hanno rassegnato le loro dimissioni.
L’avvenimento esprime una situazione grave che esige un auspicabile dibattito pubblico, visto che coinvolge non solo aspetti tecnici o di rapporti, ma una visione generale del nostro patrimonio culturale.

La risposta della Collu e le dimissioni dei consiglieri Zambianchi e Nigro Covre

Nelle due sedute preliminari di insediamento, la Direttrice del Museo ha informato il Comitato Scientifico del progetto generale di rinnovamento e riorganizzazione delle collezioni, garantendo che ci avrebbe adeguatamente ragguagliato una volta che il piano attuativo fosse stato stilato, discutendolo sulla base del condivisibile ed encomiabile presupposto di svecchiare da un’aria obsoleta gli ambienti, dare una visione più pulita e attuale alle collezioni, soprattutto del nostro Ottocento.
Supponevo che ben quattro personalità del Comitato Scientifico, da lei scelto Signor Ministro, potessero essere un solido aiuto per un atto di rifondazione del Museo. Invece il Comitato intero ha saputo del termine dell’operazione meno di una settimana prima dell’inaugurazione, a cose fatte. È stata ignorata completamente la condivisione prevista dall’articolo 6 dello Statuto e auspicata da ciascuno dei membri.

Certamente il Comitato ha solo un valore consultivo, ma se deve essere totalmente ignorato, non conviene eliminarlo? La Sua volontà di istituirlo non ha certo avuto un fine solo esornativo. Vorrei, allora, chiederLe una necessaria riflessione sulla sua utilità e sull’eventualità di abolirlo: e non credo che la soluzione possa essere solo la sostituzione di due membri dimessi. La Direttrice, nella riunione tenuta il 14 u.s., ha ribadito perentoriamente di essere la sola responsabile di ogni decisione potendo tranquillamente ignorare qualsiasi parere del Comitato Scientifico. Nel caso del riallestimento (l’atto più importante che si potesse concepire nel museo) non lo ha nemmeno chiesto. Ma ascoltare preventivamente un parere scientifico avrebbe giovato a evitare alcuni errori imperdonabili per il principale Museo di arte moderna e contemporanea del Paese, che dovrebbe essere esempio di rigore filologico e scientifico. Ne cito uno solo: quattro dipinti esposti di Giorgio de Chirico come degli anni Trenta sono in realtà degli anni Cinquanta e Sessanta. Non credo che una conoscenza così superficiale delle opere possa insegnare nulla di positivo ai visitatori.

Ma vengo al punto cruciale: cosa deve essere l’unico Museo Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea d’Italia? Quali scopi si prefigge, quali traguardi vuole raggiungere, con quali mezzi e con quali strumenti?
Come membro del Comitato Scientifico sostengo che esso debba dare a chiunque, italiano o straniero, di qualsiasi età e cultura, un’immagine la più efficace possibile degli sviluppi e delle fasi dell’arte italiana, anche inquadrati nel contesto dell’arte internazionale. La Galleria Nazionale ha una collezione magnifica, che può indicare come nessun’altra un percorso di ricerca pressoché completo di due secoli d’arte del nostro Paese, spesso non inferiore alle parallele ricerche internazionali. Impedire di leggere questo, è un danno per la cultura del nostro Paese.

Sono d’accordo con la Direttrice che il vecchio percorso andava sfrondato, mostrando le emergenze eccellenti per evidenziarne la qualità. Così come la restituzione pulita degli spazi monumentali era necessaria e lo sfondo espositivo è ora, grazie a cospicui investimenti, davvero magnifico.
Tuttavia non posso concordare con l’allestimento attuale che obbedisce al principio di fondo in base a cui l’arte è sempre contemporanea, poiché contemporaneo è lo sguardo che la considera. Infatti, in conseguenza di tale presupposto attuato in modo esasperato e narcisistico, le opere sono decontestualizzate dalla loro storia e quindi dalla loro genesi culturale. Nessun cartello orienta il visitatore su scelte così arbitrarie. Gli esperti d’arte non avranno problemi, ma il pubblico non è formato solo da esperti. Indubbiamente l’effetto complessivo è scenografico, ma credo che gli stessi effetti si sarebbero potuti ottenere anche attraverso un’esposizione storica, modulata e intercalata da confronti altrettanto e più efficaci rispetto a quelli proposti dalla Direttrice.

Il problema museografico della presentazione storica o diacronica, tematica, associativa è stato dibattuto in vari Musei. Citerò, a titolo esemplificativo, almeno le presentazioni temporanee del Moma durante i lavori di ristrutturazione alla fine del secolo scorso, e l’allestimento della Tate Modern, fermo restando che la parte storica della Tate Britain non fu minimamente toccata. Da tempo si è però unanimamente tornati a una visione e presentazione più “storica”, con approfondimenti anche tematici, perché ci si è resi conto che lo sguardo fondato sul criterio dell’ “eterna contemporaneità” tralascia di valorizzare troppi significati intrinseci dell’opera d’arte e soprattutto dei loro creatori, gli artisti, che perdono consistenza in una fruizione funzionale e astratta delle opere.

L’attuale allestimento, concludo, è più simile a una Biennale che non a un Museo. E’ perfettamente accettabile, in altri termini, come mostra temporanea che si interroghi positivamente sulla funzione propositiva del Museo, proponendo assonanze inedite tali da costituire una riflessione costruttiva sul futuro, definitivo allestimento della Galleria e rilanciare la curiosità nel pubblico. Ma dovrebbe durare tre o sei mesi, non un anno e mezzo. Per la Direttrice invece tale allestimento non costituisce una mostra, come da sua perentoria ammissione, ma l’allestimento definitivo. Trovo inaccettabile che in futuro nessun giovane studente, nessun visitatore straniero, nessun visitatore potrà più avere un’idea di ciò che fu ed espresse un ben preciso periodo della storia dell’arte italiana. Non potrà più meditare, facendo confronti, sui nostri anni Cinquanta o Venti del secolo scorso, sul nostro Neoclassicismo o sui nostri Macchiaioli.
È un bene o un male? La Direttrice sembra pensare che sia un bene, ma non ha voluto confrontarsi con le ragioni di chi pensa, invece, che sia un male, per noi italiani e per la nostra immagine e la nostra storia all’estero.

Certo, sull’onda di queste polemiche, molti andranno a vedere e visitare la Galleria, che negli ultimi anni languiva con pochi visitatori. Ma il fine di un Museo così importante è davvero solo avere molti visitatori, a qualsiasi prezzo?
Signor Ministro, mi sembra con queste riflessioni di aver ottemperato al ruolo di componente del Comitato Scientifico della Galleria Nazionale che Lei mi ha conferito: per questo non ho rassegnato, come i miei due colleghi (che hanno avuto certamente le loro legittime ragioni), le mie dimissioni.



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