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Infanzia di guerra, il museo a Sarajevo
Francesca Ghirardelli
Corriere della Sera 24/11/2016

Fuggendo dai quartieri più pericolosi durante l’assedio della sua città, Jasminko Halilovic ricorda bene di quando, da bambino, si è rifugiato nell’ufficio del padre all’Istituto di Lingue dell’Università di Sarajevo: «Pensavamo di restarci solo qualche giorno, ci abbiamo vissuto per 15 mesi». Non può dimenticare nemmeno Mirela, una bambina rimasta uccisa da un’esplosione: «Perché non le dici che ti piace? Mi prendevano in giro i soldati, ma io ero timido e non l’ho mai fatto».

Alla memoria di Mirela è dedicato un nuovo museo, che Jasminko Halilovic, oggi 28 anni e un master in management finanziario, ha fondato insieme a un gruppo di giovani storici e psicologi bosniaci, tutti bambini durante la guerra degli anni Novanta: a dicembre aprirà nella città vecchia di Sarajevo il War Childhood Museum con oltre 3mila oggetti di vita quotidiana e vecchi giocattoli, simbolo dell’infanzia ai tempi del conflitto.

«I bambini non hanno avuto alcun ruolo nello scoppio della guerra ma ancora oggi, da adulti, ne pagano le conseguenze. Le esperienze raccontate da chi era piccolo sono le più “pulite”. C’è disponibilità ad ascoltarle da parte dei miei connazionali», spiega Halilovic. «Cerchiamo di condividere racconti, conoscere il passato non attraverso la Storia ma “le” storie. La Bosnia continua a vivere profonde divisioni, i tre gruppi etnici che hanno partecipato alla guerra si sono divisi tutto: media, denaro, aziende, politica, potere. E anche la verità raccontata ai bambini a scuola, insegnando ciascuno la propria versione. Ma i ragazzi possono giungere da soli alle loro conclusioni, basandosi su esperienze ascoltate di prima mano. Solo così ci sarà dialogo».

La collezione è un compendio prezioso di storie piccole e grandi. C’è, ad esempio, il robot di Sanin: «Con mio padre andavo a raccogliere legna nel bosco. Non portavamo mai la sega con noi, le granate erano sufficienti a far cadere gli alberi e a staccare i rami. Immaginavo robot che raccoglievano legna e acqua da soli, per salvare la vita alla gente».

Fra gli oggetti esposti, il diario di Dženita («scritto in inglese, per avere l’impressione che tutto quello che succedeva accadesse a qualcun altro») e la paperella di Amira: nei mesi dell’assedio «mia sorella sedeva sul divano e io, dietro una poltrona, dirigevo uno show coi pupazzi. Di quegli “attori”, ho conservato la paperella». Nella collezione c’è anche un’altalena: «E’ stata appesa nel seminterrato dove ho passato i primi anni della mia vita», racconta Naida di Sarajevo. «Eravamo in tanti nascosti là sotto. Mia madre ci aveva legato un campanellino, così sapeva sempre se ero seduta lì o no».

Chiediamo a Jasminko Halilovic quale oggetto del museo sia per lui il più prezioso: «Scelgo un maglione consegnato da chi stava sull’altro fronte. È stato il primo contributo arrivato di là». Con la speranza di coinvolgere bosgnacchi, serbi e croati, i tre gruppi etnici del Paese, lo staff del museo ha intuito di trovarsi sulla buona strada ricevendo il messaggio che diceva: «Anche se sono dell’altra parte, posso comunque partecipare? ».



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