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Roma. Villa Celimontana, dove gli alberi cadono a pezzi
Maria Egizia Fiaschetti
Corriere della Sera - Roma 25/11/2016

Un pino secolare, sradicato dal maltempo, taglia in due la pista ciclabile accanto all’area giochi. Qua e là rami pericolanti, bivacchi, e mini discariche: si presenta così, come un paesaggio fantasma, Villa Celimontana. L’area di 11 ettari, tra le più belle di Roma, è l’unica assieme all’Orto botanico a vantare un esemplare di sequoia. Peccato che i giardini siano ostaggio del degrado, nonostante i lavori recenti. L’appello dei cittadini: «Lasciate che siamo noi a curare il giardini».

Il tronco di un pino secolare, sradicato dal maltempo, taglia di netto la pista ciclabile tutta sbiadita accanto all’area giochi. Dagli schienali delle panchine pende un nastro bianco e rosso di quelli da cantiere: zona off-limits, un po’ paesaggio fantasma un po’ scena del crimine. È una gimkana tra perdite d’acqua, sporcizia e arbusti ad altezza savana la passeggiata tra i viali di Villa Celimontana: patrimonio di biodiversità — ricorda il cartello all’ingresso su piazza della Navicella coperto di scritte — dove in autunno le scolaresche vanno a caccia di funghi. Tra le radure del parco — a trasformare la vigna in giardino fu la famiglia Mattei nella seconda metà del Cinquecento — si può ammirare un raro albero di sequoia: un unicum, oltre all’esemplare conservato all’Orto botanico in largo Cristina di Svezia.

Peccato che la villa, tra le più belle di Roma, stia sprofondando nel degrado. Le aiuole non vengono potate da chissà quanto tempo, per non parlare dei rami pericolanti: «Ne ho segnalato uno mesi fa in corrispondenza di una scala molto frequentata dai runner — racconta una residente, Belinda Romiti, 35 anni, che conosce il parco palmo a palmo — , ma i vigili si sono limitati a dire: “Passeremo...”. È ancora lì, sorretto da una quercia, chissà se reggerà al prossimo nubifragio».

Tronchi acefali e fasci di legna secca accatastati negli angoli testimoniano la precarietà del verde. I più fragili, nonostante l’imponenza, sono i pini marittimi: «Vedete quel ramo? — Romiti indica un grosso albero nella zona del belvedere —. Quando si è spezzato lì sotto c’erano due signore, per poco non gli è caduto addosso». Il terreno, in quella zona, sta venendo giù: oltre la recinzione arancione, riecco il pollaio, si intravede una buca profonda. Sconnessi anche i viali di ghiaia, sistemati di recente: due anni fa l’ultimo intervento di ripristino, costato 970 mila euro. «Se i percorsi sono già così malridotti — osserva l’abitante del Celio — forse i drenaggi non sono stati fatti bene». Dei cestini con coperchio previsti nel progetto se ne contano soltanto due all’entrata del parco, vicino alla Società geografica italiana. Risultato: gabbiani e cornacchie all’assalto dei secchioni e a terra un tappeto di rifiuti. Nei punti più nascosti — vuoi per l’incuria vuoi per la presenza di anfratti naturali — trovano riparo i senza fissa dimora: chi dorme, chi lava i panni nelle fontane utilizzando i rami come stenditoio. Seguendo le tracce dei roghi disseminate qua e là, si arriva a un terrapieno trasformato in latrina da un clochard. Ci sarebbe un bagno pubblico in muratura, con servizio di guardiania a 1 euro, ma è chiuso. E al vicino busto di Paul Harris, fondatore del Rotary club, qualcuno ha pensato bene di portare via gli occhiali.

Danneggiate anche le statue, molte sostituite da copie, e gli arredi. Le fioriere sul parapetto del belvedere sono quasi tutte spaccate. L’antico lavatoio in prossimità di quello che, un tempo, era l’agrumeto è un relitto: ingiallito dall’usura, vomita foglie e acqua putrida. Il muro di fronte, devastato dai graffiti, è irriconoscibile. «Questo abbandono fa male al cuore — sospira Romiti — . Mia nonna ricordava con nostalgia com’era la villa... Gli orti, la festa di primavera... È qui che tutti i bambini del Celio hanno imparato ad andare in bicicletta». Quando è iniziato questo inarrestabile declino? «Da una decina d’anni. Servono più giardinieri? Come cittadini abbiamo chiesto di dare una mano, ma nessuno ci ascolta».



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