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«Facevo le pulizie. Oggi sono direttore del Museo Egizio»
Marco Imarisio
Corriere della Sera 28/11/2016

Christian Greco: i miei studi e la gavetta all’estero

TORINO.«La prego di scusarmi per la mia immensa ignoranza sul calcio». Alla richiesta di aiuto del collega direttore del Museo della Fifa, la federazione internazionale dello sport più popolare del mondo, ha risposto così. Volentieri, se posso do una mano, ma sappiate che a stento so distinguere Pelé da Maradona.

All’estero Christian Greco ha imparato anche l’arte del volare basso, dello stare al proprio posto. Arrivò a Leiden il 7 gennaio del 1997. Uno degli inverni più freddi della storia d’Olanda. Nella cittadina universitaria si pattinava sui canali ghiacciati. «Ma io sono l’unico che durante l’Erasmus non si è divertito». Rimase chiuso in camera a studiare il nederlandese, una delle lingue più difficili del mondo. L’impresa gli valse la sua prima stagione di scavi con l’impegno di pubblicare tutti i materiali metallici raccolti poco distante da Aleppo. Aveva 21 anni. «Complimenti, state per cominciare a studiare la disciplina più bella del mondo, sappiate però che nessuno di voi troverà un lavoro» gli aveva detto all’inizio della prima lezione il professor René Van Walsen. L’allievo italiano ha fatto le pulizie nei bagni pubblici della stazione, ha lavorato come guardiano di notte all’hotel Ibis. «Con turno di notte nel fine settimana. Tornavo a casa alle 7 del mattino, facevo la doccia, e andavo di corsa in aula. Ho imparato la dignità del lavoro, qualunque esso sia. Ho imparato che è importante chi sei, non cosa fai. Io sarò sempre un egittologo, anche se dovessi tornare a servire birra in un bar, e non certo perché oggi ho un ruolo».

Il Museo Egizio di Torino viene spesso dato per scontato. Tutti o quasi sanno che è il più antico del mondo, persino più anziano di quello del Cairo, e che l’anno scorso si è rifatto il trucco duplicando la sua superficie. Eppure la venerabile istituzione che oggi presenterà il budget previsionale del 2017, vanta un bilancio annuale da un milione di visitatori, 9,5 milioni di euro d’incasso, ricavo netto di 810.000 euro, investiti in quattro fondi che corrispondono ad altrettanti progetti, dalla digitalizzazione degli archivi al progetto di «Public archeology» per rendere condiviso il proprio patrimonio, il tutto in regime di autofinanziamento, ha saputo anche cambiare pelle. «Sembra di entrare nell’isola di Tonga» disse una volta l’ex sindaco Piero Fassino, a sottolineare una tendenza all’autoreferenzialità dell’Egizio.

«Io credo ai musei come centri di ricerca, come agorà aperta, capaci di programmare e di crearsi nuove possibilità di crescita» racconta Greco. Al concorso internazionale per il posto di nuovo direttore dell’Egizio arrivarono 101 candidature, equamente divise tra italiani e stranieri. Pochi giorni prima della scelta un membro della commissione indipendente incontrò la presidente Evelina Christillin. «Ne abbiamo trovato uno che forse non ha l’età, ma è un fenomeno». «E allora prendetelo, se potete» fu la risposta. La «signora delle colline», nomignolo più malevolo di quanto appare, emblema e incarnazione del sistema Torino, è stata premiata ieri come torinese dell’anno dalla sindaca Chiara Appendino, che doveva abbattere il sistema Torino. Di lei e della sua collezione interminabile di incarichi, ultimo dei quali il posto nel Consiglio della Fifa, si può dire molto. Ma è difficile negare la sua tendenza a dare fiducia ai giovani, a favorire il loro percorso.

Greco detesta la retorica della fuga dei cervelli all’estero con annesso rientro del figliol prodigo. «Quando all’università di Pavia mi proposero di andare a Leiden, pensavo fosse in Germania... Ma se fossi rimasto in Italia non credo che sarebbe stato possibile fare quel che ho fatto. Dove sono i giovani? Dove sono le loro possibilità? Investiamo ancora troppo poco in ricerca». A 34 anni divenne direttore del Museo Nazionale di Leiden. Il suo successore ne ha 32. «Ci sono stato la scorsa settimana. Ho incontrato sei ricercatori italiani. Non siamo più un polo d’attrazione, e non solo per l’egittologia». Greco appare all’antica come i suoi studi, tormentato il giusto, come chi ha fatto della sua unica passione una ragione di vita. «Mi chiedo spesso cosa spinge le persone a fare migliaia di chilometri e tre ore di fila per vedere reperti di 4-5.000 anni fa perfettamente conservati. La mia risposta è che l’Egitto ci comunica il senso dell’immortalità, perché la sua civiltà è stata capace di superare la caducità umana e i limiti del tempo».

A 12 anni fece il classico viaggio sul Nilo in compagnia della mamma. E di fronte al tempio di Ramsete ebbe l’illuminazione. I genitori, papà architetto, madre negoziante, non erano d’accordo, poche possibilità, alto rischio di tornare nella natia Vicenza con le pive nel sacco. Dopo gli anni di Leiden, e gli allestimenti in mezzo mondo, da New York a Helsinki, si sono arresi all’evidenza. «Mi manca il lavoro sul campo. Per me è linfa vitale. Ma se con il Museo Egizio riesco in qualche modo a favorire e promuovere la ricerca, questo può essere un bel modo per appagare il mio desiderio». E comunque il 13 marzo Christian Greco partirà per tre settimane di scavi in Egitto. Ma prima farà tappa a Zurigo, per una consulenza sul nuovo allestimento di quell’arte antica che si pratica in ventidue con un pallone di cuoio, su un prato verde. Capirci di calcio aiuta, ma anche fare bene i musei non è male.



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