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Roma. Villa Ada, la giungla sempre aperta senza soldi per comprare i lucchetti
Maria Egizia Fiaschetti
Corriere della Sera - Roma 29/11/2016

Soffrono, gli alberi di Villa Ada, polmone verde di 180 ettari nel cuore della Capitale: tronchi malati e rami che, da un momento all’altro, rischiano di cadere. «È tutto fermo — s’indigna Alessandro Leone, presidente dell’associazione «I leprotti di Villa Ada» — . Sono stati ripristinati soltanto i ciliegi donati da noi». In condizioni fatiscenti le ex scuderie dei Savoia: la muffa, insieme all’incuria, si è mangiata i solai. E però, i locali pericolanti sono accessibili a chiunque: la porta di ferro è sempre aperta. Dentro, le pareti coperte di graffiti e i rifiuti sparsi qua e là testimoniano che, malgrado il pericolo, c’è chi si avventura nella palazzina fantasma. Dai nomadi coi carrelli che rovistano tra i cassonetti di via Panama agli invisibili di ponte Salario, il viavai è continuo. «La scorsa settimana hanno forzato i bagni chimici per dormirci — racconta Leone — , ma il Servizio giardini non ha i soldi neanche per comprare un lucchetto».
Degli antichi fasti nobiliari rimane solo lo stemma dei Savoia divorato dal tempo. Le ex scuderie reali nel parco di Villa Ada sono irriconoscibili: edifici fantasma. La rete che, per ovvi motivi di sicurezza, dovrebbe impedire l’accesso è un colabrodo: per entrare non c’è nemmeno bisogno di scavalcare, basta accovacciarsi appena e percorrere un sentiero sterrato che porta a una scala tutta sbreccata. La porta di metallo, sempre aperta, immette su un’infilata di stanze con i pavimenti marci: muffa, umidità e un fitto strato di foglie secche si sono mangiati il piano di calpestio. I solai, ammalorati, rischiano di crollare da un momento all’altro.

La struttura — abbandonata e mai recuperata nonostante il progetto di trasformarla in Museo del giocattolo — è pericolante. Fuori ci si aspetterebbe un segnale di pericolo, ma niente: chiunque può introdursi nei locali, come testimoniano le scritte sui muri e le tracce di bivacchi. Fatiscente anche il tempio di Flora, ex casino Pallavicini, di fronte all’ambasciata d’Egitto. L’intonaco della facciata neoclassica cade a pezzi: le arcate del colonnato sul retro sono chiuse da pannelli di legno, mentre la fontana dell’anfiteatro è a secco. Grate di metallo posticce, addossate a un lato del portico inferiore, danno l’impressione di un cantiere mai partito.

Decadente, più paesaggio simbolista in stile Böcklin che locus amoenus , il lato della villa con ingresso su via Salaria: il dispositivo s.o.s è fuori uso, inutile pigiare il pulsante per la richiesta di aiuto in caso di emergenza. Acefali molti dei lampioni, ridotti a portacenere o cestini supplementari. Nei vialetti battuti dai runner, ai lati del percorso principale, si è costretti a farsi largo tra la boscaglia. Le alberature secolari sono in condizioni di assoluta precarietà: tronchi malati, rami cadenti sorretti dalle piante vicine, altri spezzati e sospesi a mezz’aria. Per non parlare delle potature, che spesso sembrano azzerare le caratteristiche delle diverse specie vegetali: i lecci, sfrondati in modo massiccio alla base, continuano a svilupparsi in altezza somigliando sempre più a dei cipressi. «La ricognizione del verde? Macché, è tutto fermo — sottolinea Alessandro Leone, presidente dell’associazione ’I leprotti di Villa Ada’ — . Finora sono stati ripristinati soltanto i ciliegi donati da noi cittadini».

Dai nomadi coi carrelli che si aggirano nei dintorni di via Panama agli invisibili di ponte Salario, il viavai è continuo: «La scorsa settimana hanno forzato i bagni chimici, tra l’altro non utilizzabili, per dormirci dentro — racconta Leone — . Lo abbiamo segnalato al Servizio giardini, ma ci hanno risposto di non avere i soldi per comprare catena e lucchetto... Siamo andati dal ferramenta più vicino e ci abbiamo pensato noi. Veniamo qui tutti i giorni, è come se fosse il nostro giardino di casa, non possiamo lasciarlo morire».



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