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Firenze. Sono in un museo di Belgrado otto opere trafugate dai nazisti
Chiara Dino
Corriere fiorentino 27/11/2016

Un giallo a che unisce Firenze e Belgrado passando da Bologna e Bari. Otto capolavori fiorentini oggi di proprietà del museo statale della capitale serba — tra questi anche il Ritratto della Regina Christina di Danimarca di Tiziano e la Madonna con Bambino e donatore di Tintoretto appartenuti alla collezione Contini Bonacossi — potrebbero ritornare in città se il loro sequestro dal museo serbo, richiesto con rogatoria internazionale dalla procura di Bologna, andasse a buon fine. La vicenda nasce tra il 2004 e il 2005 quando a Bologna — l’evento si sposterà anche a Bari — viene organizzata una mostra in cui sono esposti alcuni dei capolavori italiani custoditi nel museo di Belgrado, tra cui gli otto fiorentini. È in quel momento che parte una verifica della provenienza delle opere e la conseguente apertura di un fascicolo per ricettazione contro ignoti per riportare a casa le opere.

È un storia che richiama in causa Rodolfo Siviero, lo «007 dell’arte» e la sua celebre lista di opere d’arte italiana trafugate dai nazisti, una spy story in piena regola quella che parte da Firenze e arriva a Belgrado, via Monaco, facendo tappa a Bologna e Bari. È la storia di otto quadri oggi custoditi al museo nazionale di Belgrado che, secondo la Procura di Bologna, facevano parte di collezioni fiorentine e che sono poi finiti a Belgrado dopo esser stati oggetto di compravendite milionarie per compiacere il numero due del regime nazista, Hermann Wilhelm Göring, e dopo altri e non ben chiariti passaggi di mano. Tra queste opere due farebbero parte della collezione Contini Bonacossi: si tratta del Ritratto della Regina Christina di Danimarca di Tiziano e della Madonna con Bambino e donatore di Tintoretto (la lista completa nella scheda qui a sinistra).

La scoperta di questo giro vorticoso ci porta indietro nel tempo, precisamente tra il 2004 e il 2005, quando le otto opere — adesso oggetto dell’indagine — sono arrivate in Italia, a Bologna, appunto, e a Bari, dove sono state esposte all’interno di una mostra che s’intitolava Da Carpaccio a Canaletto. Tesori d’arte italiana dal Museo Nazionale di Belgrado , (Tatjana Bosnjak, curatrice, e Rosa D’Amico, redattrice degli apparati didattici). La mostra è la miccia che dà fuoco alle indagini coordinate dalla Procura di Bologna (seguita dal pm Roberto Ceroni e dal procuratore aggiunto Valter Giovannini) ed eseguite dai Carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale i quali ipotizzano il reato di ricettazione e chiedono di verificare una eventuale responsabilità dei direttori del museo serbo e dei curatori della mostra che non si sarebbero curati di verificare la provenienza e l’appartenenza dei beni. Non solo: sono gli stessi carabinieri a setacciare il web, archivi e report dei servizi segreti americani e a ricostruire l’ipotetico viaggio delle opere, almeno di quelle di Tintoretto e di Tiziano. Un viaggio non confermato dall’avvocato della famiglia Contini Bonacossi, Sandro Pazzi, ma che potrebbe avere seguito un percorso assai tortuoso. In prima battuta, tramite l’intermediazione di Walter Andreas Hofer, mercante d’arte e direttore della collezione Göring durante la seconda guerra mondiale, sarebbe passati dalla collezione fiorentina a quella del gerarca nazista previo pagamento di 1 milione mezzo di lire per il Tintoretto e 1 milione e 300 mila per il Tiziano.

Alla fine della guerra lo scenario cambia: anche il Tintoretto e il Tiziano, come molte altre opere finiscono al Collecting Point (il luogo dove gli Alleati raccoglievano le opere trafugate in modo non chiaro dai nazisti) di Monaco. Ma qui accade qualcosa di poco chiaro. Invece di tornare in Italia i due dipinti vengono intercettati da Ante Topic Mimara, collezionista croato (su di lui ha scritto un libro dal titolo Il Maestro Imbroglione della Jugoslavia , Akinsha, Konstantin) forse tramite la sua futura moglie, Wiltrud Mersmann, che nel ‘49 lavorava in quel punto di raccolta e aveva dunque un punto di vista privilegiato. I due — di Topic Mimara, si dice tra l’altro che fosse stato anche amico personale di Göring — sarebbero riusciti a bloccare chi voleva restituire le opere all’Italia, riuscendo a farle figurare come rivendicate dalla Jugoslavia e consentendo a Topic Mimara anche di rivenderle al museo di Belgrado dove ora sono. Non è del tutto escluso che il nostro Paese allora fosse al corrente della vicenda. Ma è probabile che si sia preferito glissare anche tenuto conto della delicata e complessa situazione diplomatica quando di là c’era il maresciallo Tito. Ma questa è storia di ieri. Oggi tocca agli investigatori ricostruire il giallo e provare a riportare a casa le opere.



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