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Eur. Un’occasione persa
Sergio Rizzo
Corriere della Sera - Roma 30/11/2016

Da vetrina della città eterna a quartiere ibrido. Un po’ direzionale, un po’ residenziale

Se ne parla da almeno settant’anni. Senza alcun costrutto, però se ne parla. L’ultima in ordine di tempo a tirare fuori questa storia è stata Giorgia Meloni, durante la campagna elettorale perduta contro Virginia Raggi. «Il centro di Roma va decongestionato da uffici e ministeri, che devono andare in periferia. Io sposterei anche gli uffici del Campidoglio in altri luoghi», ha detto davanti alle telecamere del Corriere Tv la ex candidata di Fratelli d’Italia a sindaco di Roma. Spostare i ministeri, trasferire le funzioni amministrative, traslocare perfino la politica: idea tanto semplice quanto geniale, probabilmente risolutiva per una città disastrata come la capitale d’Italia. Peccato che sia sempre stato soltanto un sogno. Eppure anche noi avevamo la nostra piccola Brasilia, organizzata, accogliente e spaziosa: l’Eur. Una città satellite dove avremmo potuto agevolmente collocare tutte le funzioni direzionali pubbliche di uno stato moderno. Ben collegata al centro urbano con una strada a grande scorrimento, la Cristoforo Colombo, e con una linea di metropolitana. Di più: dagli anni Sessanta anche vicina all’aeroporto intercontinentale di Fiumicino.
Q uesto è l’Eur. Un posto perfetto per metterci i ministeri, gli uffici delle amministrazioni periferiche, il quartier generale del Comune. Perfino il Parlamento. Sarebbe stata l’evoluzione naturale del piano urbanistico voluto da Benito Mussolini per il ventennale della marcia su Roma con l’occasione dell’Esposizione universale del 1942: che non si sarebbe mai svolta. Una vetrina clamorosa della città eterna, capace di sbalordire i visitatori con la citazione in chiave razionalista dei due simboli universali di Roma come il Colosseo e San Pietro.

Quel piano del 1938, affidato a Marcello Piacentini, si rivelò un’opera immane. Impossibile non sospettare una velata voglia di competizione con quello che stava accadendo in Germania, dove Adolf Hitler aveva incaricato Albert Speer di progettare la nuova Berlino: il cui simbolo sarebbe stata la gigantesca Sala del popolo con una cupola di 250 metri di diametro e alta più di 300 metri che avrebbe rappresentato l’estremità di un asse viario largo 120 metri. Sappiamo di sicuro che quando Mussolini vide il progetto dell’Eur criticò il fatto che l’attuale Cristoforo Colombo, strada di collegamento con la città, fosse «troppo stretta».

Ma mentre la nuova Berlino di Speer non avrebbe mao visto la luce, il quartiere dell’Eur invece sì. Completato, anzi, dopo la fine della seconda guerra mondiale al pari di altre iniziative urbanistiche del fascismo (in questo caso assolutamente micidiali) come via della Conciliazione. Ed è proprio in quel momento che si è persa la grande occasione.

L’Eur sarebbe stato dunque il posto perfetto per modernizzare una capitale già intasata in modo sconclusionato dai ministeri e dalla politica. Senza alcun disegno logico se non quello, fermamente perseguito fin dall’inizio dai Savoia, di sovrapporre i segni del nuovo dominio a quelli del vecchio potere temporale. Segni forti e indelebili, come l’asse dei ministeri che da Porta Pia arriva ancora oggi fino al Quirinale. Ma che non hanno mai fatto i conti con il trascorrere del tempo. Basta dire che al momento del trasferimento della capitale da Firenze a Roma gli apparati ministeriali del Regno d’Italia contavano poco più di 4 mila dipendenti. Oggi sono quaranta volte tanto.

Un posto tanto perfetto, l’Eur, che si era anche pensato a una rete viaria sotterranea per collegare i vari palazzi. Una rete sorprendente e misteriosa, completata anch’essa nel dopoguerra, che misura qualcosa come 19 chilometri. Ci siamo entrati con le telecamere del Corriere tv e i lettori possono trovare sul nostro sito, insieme ad altre fotografie meravigliose come quelle in questa pagina, un video con le immagini di quei canali sotterranei e di altri luoghi sconosciuti del quartiere, qual è un bunker antiaereo perfettamente conservato sotto l’attuale sede dell’Eur spa. Oggi quelle gallerie ospitano le condotte che portano l’acqua pompata dal laghetto antistante il grattacielo dell’Eni al serbatoio sopraelevato conosciuto come il Fungo e da qui la distribuiscono per l’irrigazione delle zone verdi e una serie di utenze.

Negli anni Sessanta fu progettata anche una linea di trasporto interna su rotaia: una microscopica metropolitana di quartiere, anch’essa sotterranea, utilizzabile da piccoli gruppi di persone per trasferirsi da una zona all’altra dell’Eur. L’avevano battezzata «traslatore», ma restò un disegno sulla carta. Anche perché nel frattempo si era pensato di fare lo Sdo: il Sistema direzionale orientale, una specie di Défense all’amatriciana dove collocare tutte le funzioni amministrative. Peccato soltanto che la nostra Défense esistesse già, all’Eur. E che lo Sdo non sia mai nato, su quei terreni poi sbranati dall’abusivismo e dall’incuria urbanistica.

Non che qualche ministero non sia poi arrivato all’Eur. Ci avevano portato quello delle Finanze, e poi anche quello delle Poste. Sempre, però, con iniziative del tutto estemporanee mai inserite in un disegno complessivo e soprattutto organico. E comunque in una situazione di disordine totale, che ha trasformato l’Eur in un ibrido: un po’ direzionale, un po’ residenziale, un po’ non si sa. Non si sa, appunto. Ma questa, ahimè, non è una costante solo romana. L’ Italia intera è il Paese del «non si sa»...



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