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Roma. I giardini della borghesia senza più un filo d’erba
Maria Egizia Fiaschetti
Corriere della Sera - Roma 30/11/2016

Cade a pezzi il ninfeo-giardino di piazza Mazzini, progettato nel 1927 dall’architetto Raffaele De Vico: molte delle sculture sono danneggiate, a secco alcune delle fontanelle laterali. Il pavimento a mosaico in breccia di fiume è tutto sconnesso. Se l’acqua appare meno putrida del solito è soltanto perché sta per aprire il mercatino natalizio: in superficie, però, affiorano bottiglie, cartacce e rifiuti di ogni tipo. Divelti i marciapiedi in porfido nei pressi della sede Rai: i blocchetti, tolti per sfregio, sono disseminati ovunque. Cumuli di foglie e rami di platano spezzati ricoprono le strade, da via Giunio Bazzoni a via Silvio Pellico. Rotte o coperte di graffiti le panchine in travertino.

Cumuli di foglie secche sul lato di viale Mazzini vicino alla sede Rai: spazzate via dal vento di tramontana come la busta di plastica che danza nel cielo indaco. Scena poetica — un po’ sinfonia d’autunno un po’ citazione involontaria dal film «American beauty» — se non fosse che, tutt’intorno, il panorama è desolante. Sulla fontana al centro della piazza, ripulita di recente, galleggiano cartacce e rifiuti di ogni tipo. Per non parlare del colorito itterico, non proprio da ninfeo-giardino come doveva essere nelle intenzioni dell’architetto Raffaele De Vico che lo progettò negli anni Venti del secolo scorso. «Hanno tolto un po’ di immondizia — osserva Isabella Colace, del comitato Mazzini — perché stanno montando i gazebo per il mercatino di Natale, ma questi interventi una tantum sono un palliativo: bisogna punire chi sporca».

Se l’acqua è meno putrida del solito, la vasca cade a pezzi: alcune delle fontanelle laterali sono a secco, altre con le sculture rotte e gli scarichi otturati. L’anello esterno, rivestito a mosaico con breccia di fiume, è rovinato in più punti. Gli emicicli ai lati, che dovrebbero fungere da sedute, sono inutilizzabili: la pietra è coperta da un fitto manto di ghiaia, foglie e terriccio. Dovrebbe essere un’oasi di pace, ma ricorda le anamorfosi di Arcimboldo: con l’umano, in questo caso gli arredi, trasfigurato dalla natura. Imbrattate, scheggiate o smontate le panchine in travertino al di là della strada. La pavimentazione in porfido è dissestata: crateri al posto dei blocchetti divelti, abbandonati tra le aiuole brulle. «Continuano a staccarli, forse per sfregio — si sfoga Colace — . Stanno lì, nessuno si prende la cura di rimuoverli... E a se qualche sbandato, magari un po’ alticcio, venisse in mente di tirarli?».

Il verde, ridotto ai minimi termini, è in sofferenza: «Non intervengono mai — denuncia la residente di Prati — se non con potature radicali e senza ripiantare gli alberi tagliati». Molti dei cipressi donati dal Corpo forestale dello Stato ai ragazzi della scuola media Dante Alighieri di via Camozzi sono già spariti: «Altro che manutenzione... — si indignano i residenti —. Se quest’estate non fossimo stati noi a innaffiarli sarebbero tutti secchi». Abbandonata pure l’aiuola che avrebbe dovuto abbellire con rosmarino e piante officinali la rotatoria all’angolo con via Giunio Bazzoni: l’impianto di irrigazione ha smesso di funzionare. In fondo alla strada, sul marciapiede alberato con panchine su entrambi i lati, un senzatetto si è costruito una casa di cartone: dal loculo simil-sarcofago arriva il suono di una radio accesa. «È scappato da un centro di accoglienza. Dice di sentirsi più al sicuro in una zona residenziale, anche se è costretto a dormire all’aperto — raccontano gli inquilini dei palazzi di fronte — . Non è molesto, ma per fare i bisogni usa i cassonetti dell’immondizia».

La passeggiata in Prati, quartiere di notabili e avvocati a due passi dal Vaticano, prosegue in via Silvio Pellico, risistemata non molto tempo fa. Si cammina su un tappeto di foglie, facendo attenzione a non inciampare tra i rami spezzati dei platani mai raccolti. Sotto le panchine di legno, già usurate, decine di bottiglie di birra. E dalla cavità di un tronco spunta un sacco nero della spazzatura. «Vedete quella grata di ferro vicino all’edicola? — indica Colace — . L’hanno messa dopo aver trovato il muro tutto sporco di feci: anche questa opera dei vandali».



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