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L’allarme della fondatrice del Fai: «Maroni ignora il Ticino»
Giampiero Rossi
Corriere della Sera - Milano 8/12/2016

La denuncia e l’appello di Giulia Maria Crespi: «Il Ticino, il suo parco e i campi sono minacciati da fanghi e fumi velenosi. La Regione si impegni a tutela della bellezza del territorio lombardo».

«Attenzione a quanto sta accadendo al Ticino e al suo grande parco. Una politica regionale che rivendica autarchia dovrebbe avere più a cuore questa risorsa naturale». Giulia Crespi parla dalla sua casa in campagna a Zelata (Pv), immersa nel silenzio e nella nebbia a due passi dal ponte di barche di Bereguardo. La fondatrice del Fai è preoccupata e arrabbiata perché diversi campanelli di allarme ambientale non sono stati raccolti. E l’incidente alla raffineria di Sannazzaro, ha rinnovato i turbamenti degli agricoltori.

S ignora Crespi, ci sono stati danni alle coltivazioni, a causa della nube nera provocata dall’esplosione e dall’incendio nella raffineria ?

«Quella nube l’abbiamo vista da vicino, perché siamo proprio vicini. Gli agricoltori raccontano di averla vista avvolgere i campi, sui quali sono anche piovuti pezzi di catrame o di qualcosa di simile. Le autorità hanno detto che non c’è alcun pericolo, che non si trattava di diossina. Bene, però questo non può farci dimenticare che comunque quella robaccia è andata a depositarsi sul nostro cibo. E le ricordo che stiamo parlando del Parco del Ticino, quindi è indispensabile una rete di monitoraggio della qualità del suolo anche e soprattutto per i terreni agricoli».

E cosa andrebbe fatto, secondo lei?

«A me viene istintivo pensare, soprattutto dopo aver letto sul Corriere del numero impressionante di impianti a rischio in Lombardia, che un bravo governatore della Regione dovrebbe adoperarsi in prima persone per assicurare ai suoi cittadini e ai suoi territori la messa in sicurezza di quegli stabilimenti. Ma il guaio è che c’è molto altro da affrontare e che sembra dimenticato».

Cioè cosa?

«Primo: non sappiamo cosa si sta spargendo nelle campagne. Si tratta dei fanghi provenienti dai cicli produttivi e dai depuratori, ma non si sa bene cosa contengano e si sentono puzze nauseabonde».

Chi dovrebbe controllare?

«La Provincia, che però è ormai in condizioni disastrose, quindi occorre l’intervento della Regione con risorse e strutture adeguate. Queste sono le terre che il generale Radetzky volle difendere strenuamente perché le considerava fertili e di grande valore. Qui si producono riso e cibo di alta qualità che poi finisce sulle nostre tavole, non possiamo lasciarlo sotto i fanghi puzzolenti. E poi le stesse acque del fiume sono a rischio».

Cosa succede al Ticino?

«Posso dirle che da giovane, quando si andava a fare i picnic sulle rive non c’era bisogno di portare l’acqua perché si poteva bere quella del fiume, mangiavamo le trote e i temoli appena pescati. Adesso quelle acque lasciano uno strano muschietto sui sassi, sono sempre più basse e torbide».

Cosa si può fare?

«Per la sopravvivenza del fiume e di tutto il suo sistema agricolo e naturale è indispensabile il mantenimento di una quantità sufficiente di “riserve” d’acqua nel lago Maggiore, da distribuire nei mesi di siccità. Deve essere mantenuto almeno il livello di sicurezza di un metro e mezzo sulla soglia idrografica, come avveniva in passato. Altrimenti si mette a rischio la biologia del fiume».

Insomma, il Ticino è davvero a rischio?

«Purtroppo sì e come se non bastassero i problemi, c’è anche quello dei cinghiali, che sono troppi, non sono autoctoni ma importati e stanno lentamente distruggendo le basi per le biodiversità del parco. Gli animalisti non devono strillare se si parla di abbattimenti, perché sono moltissime le specie a rischio a causa di questi animali».

Lei solleva questi temi da tempo, ha trovato ascolto nelle istituzioni?

«Sono stata ricevuta dal presidente della Regione Roberto Maroni. Mi aveva promesso attenzione e risorse per il Ticino e il suo parco, ma poi non si è visto niente. Ma io credo che una classe politica che dice di aver tanto a cuore la terra padana dovrebbe mostrare attenzione per uno dei più grandi e apprezzati parchi d’Italia, una risorsa naturale che può avere anche ricadute economiche».



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