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Firenze, Opera del Duomo. Tornano tre capolavori. E caccia ai tesori spariti
Chiara Dino
Corriere fiorentino 8/12/2016

Tornano al Museo dell’Opera del Duomo l’Apostolo di Arnolfo di cambio e i due Angeli di Tino da Camaino acquistati dai Torrigiani. Ma le opere della facciata disperse sono circa 50.

È la prima acquisizione a poco più di un anno dalla sua inaugurazione. Il museo dell’Opera del Duomo ritrova tre dei suoi tesori, ma sono ancora molti quelli che spera di riportare a casa. Si tratta di sculture disperse nei secoli (via via che la cattedrale fiorentina subiva modifiche) e finite parte in musei del mondo e parte (si presume il numero più cospicuo) in collezioni private. La strada da fare è ancora tanta, ma il colpo andato in porto ieri è notevole. Con una transazione di 2 milioni di euro circa passano dalla famiglia Torrigiani, che li aveva nella propria collezione, al museo (attraverso l’intermediazione della Galleria Benappi) l’Apostolo di Arnolfo di Cambio, che torna nella sua collocazione originale — nella martoriata facciata arnolfiana oggi ricostruita al museo accanto alla Dormitio Virginis (di cui qui abbiamo solo copia) — e i due Angeli reggi-drappo realizzati per la tomba del vescovo d’Orso da Tino da Camaino e oggi esposti al primo piano del museo.

Le tre opere, si ricorderà, erano state esposte alla scorsa Biennale dell’Antiquariato fiorentino: «Ma già prima — spiega il presidente dell’Opera del Duomo Franco Lucchesi — la famiglia Torrigiani ci aveva informati della sua volontà di metterli in vendita. La richiesta iniziale era di 3 milioni di euro. Dopo un’opera di mediazione, di cui siamo grati ai Torrigiani, siamo arrivati alla cifra di circa due milioni che pagheremo nel corso di tre anni». Che la storia della cattedrale fiorentina, e soprattutto della sua facciata, sia stata irta di ostacoli è cosa nota. Ostacoli e trasformazioni che, nel corso dei secoli, hanno determinato la dispersione di circa il 50 per cento del patrimonio di statue originali. «Se oggi la facciata ricostruita nel museo è ricca di circa una cinquantina di pezzi — spiegano Franco Lucchesi e Bruno Santi che fa parte del consiglio di amministrazione — a occhio e croce mancherà un numero di analoghe di statue originali. Almeno è questo quanto si può dedurre dal disegno che Bernardino Poccetti realizzò prima che la facciata fosse distrutta, nel 1587». Accadde infatti che Francesco I, su consiglio di Bernardo Buontalenti, ordinasse la distruzione della facciata medioevale arnolfiana, mai finita per la morte dello stesso Arnolfo di Cambio, con l’idea di bandire un nuovo concorso per rifarla — cosa che non accadde mai perché il granduca morì prima. Nè era la prima volta che si pensava di stravolgere il progetto originario. Ci aveva già pensato Lorenzo il Magnifico nel 1491, quando anche lui aveva bandito un concorso ad hoc che non ebbe vincitori — solo che in quel caso non si era proceduto ad eliminare l’impianto originario.

Come si sa la facciata come la vediamo oggi fu realizzata dal 1869 su progetto di Emilio De Fabris. «Tutte questi interventi — ci spiega monsignor Timothy Verdon che del museo dell’Opera del Duomo è direttore — hanno determinato una dispersione di gran parte delle statue medioevali originarie. Presumo che come quelle oggi acquistate, possano essercene altre anche a Firenze in collezioni private. Dopo il 1587 molti fiorentini, copiarono una moda in voga tra i nobili romani che abbellivano i loro giardini con pezzi della statuaria classica, ed è presumibile che abbiano per questo acquistato pezzi della facciata distrutta. Le statue presentano infatti dei drappeggi che fanno pensare a quelli di epoca classica. Il problema si poneva per le teste, visto che quelle di Santa Maria del Fiore appartenevano a figure di Santi, e non a personaggi della classicità. Ma i nostri collezionisti non si persero d’animo e pur di sembrare proprietari di antichità, in molti casi le mozzarono». Incredibile da crederci, ma osservando la ricostruzione della facciata nella Sala del Paradiso alcune opere — si tratta di pezzi recuperati nei secoli — si mostrano senza testa. «Conosciamo però la collocazione — aggiunge Verdon — di alcuni originali di cui noi possediamo copie. Si tratta della Dormitio Virginis , che oggi si trova in frammenti, danneggiata dalla seconda guerra mondiale, al Bode-Museum di Berlino, dell’Angelo adorante della lunetta sopra l’ingresso principale, che si trova al museo dell’Università di Harvard, a Boston, di un altro Angelo Adorante che sta al Metropolitan di Ne York e di un San Lorenzo e un Santo Stefano che sono al Louvre». Ma tutti gli altri tasselli mancanti sono da cercare. La caccia al tesoro è appena cominciata.



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