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Quando Raffaello scrisse al Papa per salvare i tesori di Roma
Tomaso Montanari
08 dicembre 2016 LA REPUBBLICA


Lo Stato c'è, e batte un colpo. E che colpo: da pochi giorni il ministero dei Beni culturali ha acquistato la parte dell'archivio di Baldassarre Castiglione che restava in mani private. È come dire che, da oggi, il Rinascimento appartiene un po' di più a tutti gli italiani. Baldassarre non fu solo un finissimo diplomatico e un grande scrittore: egli fu soprattutto un attrezzatissimo intellettuale, capace di plasmare — con le sue idee e la sua prosa — una intera stagione della nostra storia culturale. L'archivio che oggi diventa pubblico contiene,
tra l'altro, il manoscritto autografo che accoglie gli abbozzi del suo capolavoro, Il Cortegiano: un libro che ebbe oltre 150 edizioni in tutte le principali lingue d'Europa, contribuendo come forse nessun altro testo a dar forma alla società di corte, perno dell'antico regime fino alla Rivoluzione francese, e oltre.
L'archivio ha avuto una storia rocambolesca. Nel 1940 la famiglia lo vendette come carta da macero, e solo l'intervento dell'allora direttore dell'Archivio di Stato di Mantova evitò il peggio: rendendosi conto dell'errore terrificante, e cercando di salvarsi la faccia, i discendenti di Baldassarre lo ricomprarono, e ne affidarono una parte allo Stato. Un'altra parte, invece, fu collocata nella Villa di Casatico: che però nel 1977 subì un clamoroso furto. Per rimettere insieme questo preziosissimo fondo documentario mancava ora la porzione più pregiata: quello che dal 1946 è depositata in un caveau di banca, dove — nonostante la disponibilità della famiglia — non era facile studiarlo. Il valore dell'operazione è triplice: assicurare al pubblico un complesso «di straordinario valore storico e culturale » (come ha scritto Amedeo Quondam, massimo studioso di Castiglione, nella relazione al Ministero), ricomporre un insieme unitario, poterlo finalmente offrire alla ricerca internazionale. Il merito dell'operazione è di Gino Famiglietti, direttore generale degli Archivi, esperto della legislazione del patrimonio ed estensore dell'attuale Codice dei Beni culturali.
Tra i cimeli più preziosi, tra quelli dei quali siamo ora tutti proprietari, c'è la minuta (autografa di Castiglione) della lettera che Raffaello indirizzò a papa Leone X nell'autunno del 1519. Il testo che Raffaello volle premettere alla sua pianta della Roma antica è forse il più alto di tutta la storia della tutela: sia per ciò che vi si legge, sia per la risonanza che esso ebbe a cavallo tra Sette e Ottocento, quando il vandalismo rivoluzionario e le spoliazioni napoleoniche fecero nascere quell'imperativo della conservazione che arriva diritto fino a noi.
Il più importante traguardo di questa linea culturale è l'articolo 9 della Costituzione italiana, ed è davvero impressionante come le idee di Raffaello messe in carta da Castiglione ne prefigurino il dettato.
Questa coppia di amici intellettuali ( per sempre rappresentata dal ritratto strepitosamente vivo che Raffaello dipinse a Baldassarre) seppe esprimere perfettamente ciò che oggi proviamo di fronte al nostro patrimonio culturale in rovina: «Grandissimo piacere, per la cognizione di cosa tanto eccellente, e grandissimo dolore, vedendo quasi il cadavere di quella nobil patria » . Le rovine di Roma non suscitano riflessioni estetiche, ma politiche: il disfacimento dell'eredità classica è la morte della patria.
E la colpa di chi è? « Ma perché ci doleremo noi de' Goti, Vandali e d'altri tali perfidi nemici, se quelli li quali come padri e tutori dovevano difender queste povere reliquie di Roma, essi medesimi hanno lungamente atteso a distruggerle? » .
Chi doveva conservare ha invece distrutto: e siamo già a
I vandali in casa di Antonio Cederna ( 1956). La conclusione: « Non deve adunque, Padre Santissimo, essere tra gli ultimi pensieri di Vostra Santità lo aver cura che quel poco che resta di questa antica madre della gloria e della fama italiana, per testimonio del valore e della virtù di quegli animi divini che pur talor con la loro memoria eccitano alla virtù gli spiriti che oggidì sono tra noi, non sia estirpato e guasto dalli maligni e ignoranti » .
Parole che descrivono già il patrimonio culturale come fondamento dell'identità « italiana » : l'idea di lungo corso che spiega perché la parola « nazione » figuri, tra i principi fondamentali della nostra Costituzione, solo nell'articolo 9, in rapporto al paesaggio e al patrimonio. Si affaccia la convinzione che la tutela non sia un fine in sé, ma serva allo sviluppo della conoscenza, e che dunque sia orientata alla costruzione al futuro ( la parola chiave è « oggidì). Infine, la consapevolezza che solo il potere pubblico può fare tutela: e che spetti agli intellettuali ricordare al potere i propri « doveri » , e la gerarchia delle priorità ( la cultura non può essere « tra gli ultimi pensieri » di chi governa).
Queste parole di cinque secoli fa ci interpellano con forza straordinaria: e che oggi la Repubblica abbia voluto acquistare e tutelare proprio le carte su cui esse presero forma è un segnale carico di futuro.




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