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Parigi. «I miei studenti di periferia cacciati dal Museo d’Orsay»
Stefano Montefiori
Corriere della Sera 10/12/2016

Francia, la denuncia di una prof su Facebook riaccende il dibattito su classismo e razzismo

PARIGI. «Chiudete il becco!», gridavano mercoledì mattina gli addetti del Museo d’Orsay agli studenti sedicenni di un liceo di periferia, rimproverati e perseguitati fino a essere costretti a uscire, secondo il racconto indignato della professoressa.

Il suo post su Facebook ieri ha raccolto oltre cinquecento commenti, tra cui quelli di altri docenti che ne hanno approfittato per denunciare la stessa cosa: in quel museo di Parigi le visite scolastiche sono impossibili, se si arriva dalla banlieue.

La direzione del museo ha pubblicato un comunicato che non smentisce l’incidente, ma ne attribuisce l’origine a un «comportamento rumoroso» dei ragazzi.

«Il delirio comincia quando vedo un sorvegliante rimproverare i miei ragazzi senza alcuna ragione. Intervengo, e a mia volta mi faccio urlare addosso. Poi lui se ne va e mi dico che l’incidente è chiuso ma invece è andato a cercare una collega, alla quale spiega davanti a tutti che è impossibile parlarmi perché “guarda com’è vestita”, “non ha alcuna autorità sui suoi studenti”, “non si capisce neanche se è un uomo o una donna”», scrive Marianne Acqua, una giovane docente di Storia e Geografia all’istituto Utrillo di Stains, nel dipartimento multietnico e turbolento della Seine-Saint-Denis, «il 93».

I suoi ragazzi seguono un corso professionale da venditori e lei li ha portati nel cuore di Parigi, al Museo d’Orsay che in questi giorni festeggia i trent’anni, per vedere i celebri dipinti degli impressionisti, in particolari quelli sul lavoro nell’Ottocento.

La professoressa descrive un atteggiamento crescente di aggressività e violenza verbale da parte di sorveglianti che mancano di rispetto alla sua classe, «mentre davanti a noi passano altri gruppi di studenti che fanno rumore, si agitano senza che nessuno venga a richiamare loro, in maggioranza bianchi, borghesi, parigini. I miei ragazzi non hanno fatto niente, non li si rimprovera tanto di parlare, perché tacevano, ma di esistere».

La denuncia della professoressa Acqua, e il coro dei colleghi che ora parlano di analoghe, frequenti discriminazioni, è un colpo per la politica ufficiale di inclusione delle Zep, «le zone di educazione prioritaria», eufemismo per scuole di periferia. E fa riaffiorare le eterne fratture della società francese, con le accuse di razzismo e classismo verso studenti neri, arabi, stranieri, che in 40 minuti di metropolitana dalla periferia sono sbucati in uno dei quartieri più eleganti della capitale.

La direzione del museo «si rammarica che una situazione conflittuale si sia venuta a creare», e assicura di fare già il possibile «per accogliere ogni anno 150 mila studenti di tutte le estrazioni».

In attesa che si stabiliscano le responsabilità, va ricordato lo spiacevole precedente del 2013, quando una coppia in condizioni disagiate e il loro bambino di 12 anni vennero accompagnati dal volontario di un’associazione a visitare, per la prima volta nella vita, il museo d’Orsay. I sorveglianti li pregarono di uscire per «condizioni igieniche inadeguate». Senza considerare che «quando si vive in una baracca — spiegò il volontario — i vestiti si impregnano di umido».



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