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FANO-Quel 'moderno' bassorilievo presso l’Arco di Augusto
Paolo Venturelli
www.viverefano.com, 15/12/2016

Quando nel 1493 la Congregazione di San Michele ottenne dalle autorità cittadine di demolire il torrione romano situato a destra dell’Arco di Augusto per far posto alla sua nuova chiesa, la relativa facciata fu innalzata sino a coprire metà della vicinissima porta minore del monumento romano. E se trenta anni prima, l’Arco era stato mutilato dell’attico, adesso, gli si toglieva per sempre un'altra parte.

Una vicenda da compiangere ed ancor ridere visto che la medesima Fratellanza aveva per stemma la bilancia della giustizia … E pur se quelle persone nobili benestanti ed utilmente buone, nel nome della più dolce misericordia cristiana accarezzavano i neonati espulsi da ogni affetto, li curavano, ne tutelavano la integrità e nel contiguo ospedale degli esposti di San Michele li crescevano, inserendoli poi nella società fanese, tuttavia per gli aspetti culturali ed estetici, la edificazione della chiesetta sul luogo e nel modo effettuato fu un vero sopruso. Un tradimento verso la civiltà dalla quale si discende e verso l’alto valore architettonico della città augustea – vitruviana. Una vera “stutela” ,diametralmente opposta a quell’amore verso i neonati abbandonati. Vero è che ancora mancavano leggi sul patrimonio artistico ma la demolizione fu l’atto di chi voleva con modi prepotenti e narcisisti una chiesa pagata dai lasciti testamentari “et quella conciare et farla bella”, talché secoli dopo, nel 1935 si dovette agire con un notevole intervento “chirurgico” per arretrarne la facciata e liberare la porta di cui sopra. Sappiamo che le azioni umane mostrano lati positivi ed altri in ombra, che il bene e il male nel nostro animo sono intrecciati, come sappiamo che per ogni nostra virtù si intravvede anche la debolezza che la sottende.

Così accadde che la stessa Congregazione chiese ed in carità ottenne le pietre d’Istria rovinate a terra ancora conservate delle colonne e degli archi della parte alta della porta civica, perché nessuno pensava, al tempo, ad una loro ricollocazione e restauro come oggi faremmo, sia perché era malcostume diffuso l’abbattere monumenti pagani per ricavare materiale da costruzione … E quelle pietre vennero tagliate a lastra ed usate per rivestire di bianco la facciata della chiesa di San Michele che, come oggi si presenta, se la guardano i turisti in comitiva ed ancor più riguardano quell’immagine con l’arco d’Augusto rappresentato integro sulla facciata stessa tal quale era prima del 1463 anno di disgrazia del bombardamento nel corso della guerra tra i Montefeltro e i Malatesta. Un bassorilievo che scolpito nel luogo dove la mutilazione avvenne, rende immediata la comprensione della distruttività umana, solo spostando lo sguardo verso la porta rovinata e senza bisogno di dire una parola, si comprende tutto. Non sappiamo come fosse maturata l’idea così eccellente, o se dovuta al caso, ma sappiamo che quei nostri concittadini della Congregazione di San Michele, attorno al 1512 pagarono un maestro scalpellino per pubblicare quel dignitoso rimpianto su pietra, quando a pensar male si potrebbe supporre che volessero indicare le malefatte altrui per coprire le proprie …

Ma guardando con attenzione la cosa vien da pensare diversamente se si riflette che dall’arco messo in figura integro, si espande il concetto che la violenza subìta non potrà essere cancellata ma consegnata ad un futuro dolente come dolente fu il passato, quando il nostro rammarico ci dice ogni giorno, senza comode rimozioni, ciò che più non abbiamo, quel che più non siamo. Non negando la crudeltà dello sfregio e mediante il disgusto che lo sfregio produce, per la prima volta si suggerisce alla gente uno stimolo emotivo per desiderare e costruire la tutela, passando dalla passiva visione del lutto, all’attivismo difensivo che emancipa dalla vecchia coazione a ripetere e consente di definire una strategia per la futura difesa del maggiore emblema cittadino. Un manifesto su pietra, dunque, con il messaggio abilmente psicologico che tocca il senso di responsabilità dei “lettori” dell’immagine, spinti dal suscitato affetto a mettersi dalla parte delle memorie collettive da conservare diventandone tutti custodi.

E questo in anni nei quali, riferendoci alla storia della tutela artistica italiana, il solo Stato della Chiesa aveva cominciato a proteggere Roma, imponendo vincoli e proibizioni: un orientamento legale che continuerà per secoli finendo col venire accolto dagli Antichi Stati e dallo Stato Italiano post unitario. Sembra giusto osservare che nel suo piccolo, la escogitazione fanese ancor più sorprende in quanto compare una idea di tutela artistica, in anticipo su quella dei papi e da essa divergente, adatta anche per i nostri giorni , se non addirittura rivolta al futuro, come se fosse ideata per un costume partecipativo!

Occorre ricordare che Pio II dal 1462 aveva proibito la spoliazione dei ruderi dell’Urbe mentre Leone X nel 1515 commissionò a Raffaello la prima mappatura con tutte le opere architettoniche di Roma antica, disegnate e rilevate direttamente dal vero - quattro anni di lavoro - affinché nessuno più potesse farne scempio. Ma se la tutela pontificia era un atto politico costruito con divieti, obblighi e sanzioni repressive pesanti, di contro, il suggerimento fanese alla tutela, non vieta; è gentile, si rivolge alla gente senza articoli di legge, piuttosto usando una raffinata psicologia comunicativa: il piacere di mostrare una cosa eccellente rappresentata com’era, contrapposta al suo disfacimento, quando soffrire per le mutilazioni di un’opera d’arte significa innamorarsene di nuovo: teoria e pratica della comunicazione visiva che la pubblicità attuale conosce benissimo.

Un modo di affrontare l’argomento della tutela artistica assolutamente costruito in proprio, originalissimo, che non trova riscontro in altre città. La lezione “moderna” del bassorilievo, se pur venne intesa, tuttavia non mutò il lento degrado dei beni culturali di Fano, ma quel ponte educativo, intenzionale o meno che i fanesi del Rinascimento tendono a noi con il bassorilievo ”dal prima al dopo lo scempio” è un grande valore; il miglior auspicabile concetto di tutela artistica, specie se venissero esposti in città dei pannelli figurativi, in ciascun luogo dove sappiamo come erano le cose artistiche che più non sono. Servirebbero a creare una ampia attenzione! Si è ormai visto come sia difficile tenere sotto controllo il patrimonio fanese anche in presenza di leggi statali importanti ma repressive, burocratiche ed aggirabili, in quanto le stesse leggi riescono difficilmente ad instaurare un conveniente dialogo formativo con quel patrimonio fatto dai cento miliardi di neuroni che abitano la scatola cranica di ciascuna persona; patrimonio biologico non sempre facile da controllare completamente da parte dei suoi singoli proprietari e ben più assai complesso del semplice controllo del patrimonio artistico. Quando solo dalle corrette convinzioni dei cittadini, in materia di tutela e valorizzazione artistica ci si può attendere un miglior futuro.



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