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Perch ci piacciono sempre di pi i musei
di Salvatore Settis
8 gennaio 2017, LA REPUBBLICA

Il sensibile incremento di visitatori dei musei e dei siti archeologici unottima notizia. Su questo fronte come su altri (come lappassionato e fruttuoso dibattito sulla Costituzione) gli italiani si rivelano assai migliori di quel che sembrano. Certo non tutto, in queste statistiche, facilmente interpretabile: nella classifica fra le regioni, lAbruzzo allultimo posto forse effetto di una ricostruzione post-terremoto in perpetuo stand by, ma come mai la Liguria al penultimo posto? Ovvio che siano in testa Lazio, Campania, Toscana e Piemonte (questultimo grazie al successo del Museo Egizio); ma come mai il Friuli sorpassa il Veneto con le sue mete di primissima qualit, a cominciare da Venezia? E come si spiega che la Calabria, nonostante i Bronzi di Riace, figuri agli ultimi posti? Per non dire che manca la Sicilia, una lacuna che si spiega con la devoluzione dei beni culturali alla regione (agosto 1975). Il ministro di allora (Spadolini) doveva essere ben distratto per accettare la sottrazione della pi vasta regione dItalia (certo non lultima per patrimonio culturale) al ministero fondato pochi mesi prima. Ma questa una spiegazione meramente burocratica: non era proprio possibile, dintesa con la Sicilia, includere anche i suoi dati in un bilancio di fine anno come questo? Potremo leggere prima o poi statistiche pi ampie che includano in tutta Italia non solo (come queste) i musei statali, ma anche quelli comunali o privati?

Nonostante queste domande, il quadro positivo, anche perch pi visitatori vuol dire pi introiti, e Franceschini ha assicurato che queste risorse preziose torneranno interamente ai musei secondo un sistema che premia le migliori gestioni e al contempo garantisce le piccole realt. Pi difficile andare daccordo col ministro quando interpreta la crescita dei visitatori come un successo della sua riforma. Incentrata sul divorzio fra tutela e valorizzazione, essa d un ruolo privilegiato ai super-musei, con direttori selezionati con procedura speciale, ma comporta un marcato disinvestimento sulle Soprintendenze territoriali, sempre pi povere di personale e di risorse anche se sempre pi cariche di incombenze, dalle autorizzazioni paesaggistiche allarcheologia preventiva. Il ministro canta vittoria, ma concentrandosi sui musei li tratta come un sistema a s, un arcipelago di isole ritagliate dal territorio nazionale. Anzi, tra i siti archeologici cita solo quelli gi assimilati a un super-museo (Pompei, Paestum) o quella porzione di Roma (Colosseo e Fori) che intende scorporare dalla Soprintendenza per farne unentit a parte, dato che vi si concentrano visitatori e introiti.

Parlando solo dei musei statali, escludendo dal computo la Sicilia perch i suoi musei sono etichettati come regionali, puntando sui musei ma non sul territorio, il ministro si comporta come lamministratore delegato di unazienda che abbia per filiali i super-musei e, s, una rete di piccole realt, pi che come linterprete primario dellobbligo costituzionale di tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico della Nazione (art. 9). Ma lo stesso fatto che in questo incremento di visitatori la parte del leone la gioca senza dubbio il nostro patrimonio archeologico un forte indizio che bisognerebbe guardare le cose da unottica pi lungimirante: perch archeologia vuol dire contesto territoriale. Nessuno pu credere seriamente che i visitatori dei musei ci vadano per rendere omaggio, quasi fosse un referendum, alla riforma Franceschini. La peculiarit del patrimonio culturale italiano la sua diffusione capillare sul territorio, la perfetta osmosi fra il piccolo e il grande, fra i musei e le citt, lidentit di paesaggio e tessuto storico-artistico, il radicamento al suolo di una stratificazione millenaria che non si esprime solo nei siti visitabili, ma nei dati archeologici (a rischio) che potrebbero spiegarli meglio.

Se vogliamo trattare come adulti gli italiani che visitano i musei, dobbiamo pensare che lo fanno perch sempre pi consapevoli di questa trama minuta. Perci il ministro non dovrebbe sbandierare i musei mentre le Soprintendenze territoriali sono abbandonate al loro destino, con risorse finanziarie e umane peggio che insufficienti. Dovrebbe sapere che linstabilit provocata dalla sua raffica di riforme non giova al funzionamento delle istituzioni, e che musei e soprintendenze, in piena simbiosi, vanno intesi come enti di ricerca territoriale. Dovrebbe correggere gli aspetti pi pesantemente burocratici delle sue riforme, per esempio la separazione amministrativa dei musei minori dai loro contesti territoriali, o i massicci trasferimenti degli archivi delle Soprintendenze (strumento essenziale di tutela), ma anche di depositi, laboratori di restauro e tecnici dedicati. Dovrebbe tenere in conto che i 500 nuovi funzionari in corso dassunzione sono una goccia nel mare, forse un decimo del fabbisogno risultante dai pensionamenti di questi anni. Dovrebbe aver ben chiaro che il progettato frazionamento del territorio di Roma sforbiciandone ad arbitrio le aree pi ricche di visitatori e dintroiti contrario alle esigenze della tutela e a quelle della ricerca, moltiplica burocraticamente le competenze nella stessa citt e rende pi arduo il dialogo con il Comune per un accordo sugli sterminati beni culturali della citt (il maggior centro archeologico del mondo). Roma , anzi, la cartina di tornasole delle intenzioni del ministro. Colosseo e Fori non sono un parco archeologico, sono un pezzo di citt da integrare pienamente nel tessuto dellUrbe recuperandone lunit di storia e di vita. E quel che ha detto il vicesindaco Bergamo, prendendo atto dellunicit di Roma e del suo immenso potenziale, ed difficile che il ministro non sia daccordo. Un unico riferimento ministeriale per il dialogo con il Comune, Roma come laboratorio, dai grandi musei alle pi minute emergenze. Dove mai si pu immaginare un progetto pi stimolante?







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