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Grandi opere, il fascino dellunico modello di sviluppo che conosciamo
Tonino Perna
www.emergenzacultura.org, 16/02/2017

Lesito del duro scontro acceso intorno alla questione del nuovo stadio a Roma, e magari le dimissioni del prestigioso assessore Berdini, non riguarda solo la capitale. una battaglia che ha un valore simbolico per tutto il nostro paese.



da almeno ventanni che si discute animatamente e si lotta duramente in alcuni casi (come per il Tav in Val Susa) sulle grandi opere prospettate di volta in volta come la panacea di tutti mali, unica prospettiva per il rilancio delleconomia, limmagine e il futuro di un determinato territorio. Purtroppo, bisogna dire che la resistenza dei movimenti ambientalisti e di una parte della sinistra (a cui negli ultimi anni si era aggiunto il M5S) non stata finora sufficiente a bloccare questa hybris che si manifesta con pi forza nei momenti di crisi economica come quello che stiamo attraversando.
Poco prima di perdere il Referendum lex premier ha tirato nuovamente in ballo il Ponte sullo Stretto come prospettiva realistica con cui rilanciare questarea del nostro Sud che presenta altissimi tassi di inoccupazione giovanile ed una fuga da questo territorio che ormai diventato un esodo. Ci piaccia o no, le Grandi Opere esercitano un fascino sulla gran parte della popolazione perch il modello di sviluppo che abbiamo visto ed interiorizzato questo e non riusciamo a immaginarne un altro.
Uno dei migliori contributi che ci ha dato Serge Latouche, soprattutto nei suoi primi scritti, stato appunto questo: non usciamo da questa crisi, ambientale e sociale, se non cambiamo immaginario, se non la smettiamo di ridurre tutto il mondo a merce, un paesaggio o un bosco. Che non significa abbracciare tout court una nuova religione della decrescita, ma essere capaci di creare posti di lavoro, di autorealizzazione, spazi vivibili e progetti/visioni del futuro entusiasmanti, senza continuare a massacrare di cemento il nostro paese. E questo vale ovviamente anche per la capitale.
Lo si pu fare recuperando il gi costruito e magari abbandonato, come giustamente ci ricordava Piero Bevilacqua rispetto al caso dello stadio Flaminio, lo si pu fare utilizzando nuove tecnologie, dando spazio agli artisti di ogni ordine e grado.
questo lo snodo fondamentale per costruire una alternativa a questo sistema, altrimenti non importa chi ci governa perch la forza degli interessi in gioco unendosi a questa subalternit culturale, a questa mancanza di fantasia, sar sempre vincente. Come spesso viene ricordato la Politica come la Fisica non sopporta il vuoto, e quando si crea c sempre qualcuno o qualcosa pronto a riempirlo. E questo vero anche per il territorio, non nel senso dello spazio vuoto, ma del vuoto culturale che lascia un territorio senza prospettive.
A Saline Joniche in provincia di Reggio Calabria venne inaugurata nel 1975 la Liquichimica, una fabbrica che doveva produrre dal petrolio proteine per lalimentazione animale. Assunse 500 addetti, gli fece fare sei mesi di formazione con soldi pubblici, ma non un solo giorno di lavoro. Il prezzo del petrolio era salito alle stelle rendendo non competitive queste Bioproteine rispetto alla soia statunitense. I cinquecento andarono tutti in cassa integrazione e in queste condizioni sono andati in pensione.
Per quaranta anni si lasciato senza manutenzione, in uno stato di penoso abbandono lampio spazio occupato da questo stabilimento comprese le mega piscine per decantazione che sorge sul mare in uno dei posti pi belli della costa jonica calabrese. Ma, nel 2014 una impresa multinazionale svizzera present un progetto per costruire una mega centrale a carbone. Riusc a coinvolgere (corrompere) una parte degli amministratori locali, ma non la popolazione che insorse e costrinse enti locali e governo regionale a bloccare questo folle progetto. State sicuri che se verr lasciata ancora nellabbandono altri progetti folli vedranno la luce e qualcuno alla fine la spunter.
La scommessa questa: partire dalla manutenzione come bisogno primario per aprirsi a progetti, anche ambiziosi, ma sostenibili sul piano ambientale e sociale capaci di mobilitare energie per un orizzonte comune su cui puntare.
Il manifesto, 15 febbraio 2017



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