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Napoli, la parabola dei restauri
Paolo Macry
Corriere del Mezzogiorno 5/3/2017

Nel 1988 la Fondazione Napoli 99 riconsegn alla citt, perfettamente restaurato, lArco di trionfo di Alfonso dAragona. Voluto da Mirella Barracco, il restauro aveva coinvolto esperti di fama mondiale come Francis Haskell e John Pope Hennessy ed era stato interamente finanziato dal Gruppo Iri Italstat. Nel 2017, avendo frattanto subito gravi atti di vandalismo, il portale si avvia a un secondo restauro. Questa volta, per, ad opera di una societ di pubblicit, la Uno Outdoor, a cui spetter mettere le mani sul meraviglioso Arco. E a cui andranno spropositati profitti. La parabola di Napoli negli ultimi trentanni sta tutta qui. Ma qual il problema? Quando nel 2013 il Comune affida il restauro di ben 27 monumenti alla Uno Outdoor, che si impegna a coprire la spesa (multimilionaria) grazie ai cartelloni pubblicitari messi attorno ai monumenti durante i lavori, sembra luovo di Colombo. Ma le cose sono pi complicate e pi opache, se vero che lo stesso bando di gara riceve poi importanti obiezioni da parte dellAutorit Anticorruzione di Raffaele Cantone. E non solo. Altrettanto grave che limpresa, ottenendo i propri guadagni da quei cartelloni, abbia tutto linteresse a dilatare i tempi dei restauri.
Perch questo significa dilatare i tempi dellintroito pubblicitario. Elementare, Watson. Il restauro del Ponte di Chiaia, per esempio, che nellagosto 2015 era stato promesso entro 240 giorni, rimane a tuttoggi una chimera, mentre sul Ponte, da un anno e mezzo, campeggiano trionfanti le gigantografie delle marche di caff o della biancheria intima.

Ma ancora pi grave che sia unimpresa di pubblicit a decidere chi debba fare concretamente i restauri. Ne ha le competenze? Certo che quelli fin qui realizzati appaiono assai modesti, approssimativi, talvolta tristemente ridicoli. Il monumento a Diaz, lultimo spacchettato, mostra ancora in bella vista tutti i ti amo dei soliti graffitari. Tant che il Comune ha dovuto dire che no, il restauro non in realt ultimato e che quelle scritte vanno ancora ripulite. Il dubbio che si facciano danni irreparabili alle opere darte, per, legittimo.

E qui si arriva al gran finale. Perch, in teoria, esiste eccome unautorit preposta al controllo della qualit dei lavori. Ma si tratta di quella Soprintendenza per i Beni Architettonici che ha inanellato, ultimamente, una quantit di errori, disattenzioni, pigrizie. O gaffe. Luciano Garella colui che, intervistato nel novembre 2016 da Repubblica , ebbe a qualificare coloro che lo stavano criticando come persone un po age che hanno magari badanti ucraine le quali firmano per loro. Lo stesso Garella che, infastidito dalle polemiche, diceva di NAlbero: il 5 febbraio o gi di l deve andar via (ora sappiamo per certo che andr via gi di l). La sua Soprintendenza, del resto, non ha brillato per efficacia e neppure per rigore di fronte alla sistemazione di via Caracciolo, al restauro della Cassa Armonica, alla colorazione dei monumenti di piazza Trieste e Trento, ai degrado del Plebiscito. Eccetera. Hanno o no qualche motivo per preoccuparsi i napoletani pi avveduti, compresi gli anziani e le badanti?

E qui andrebbe aperto il capitolo di unopinione pubblica che sembra scarsamente reattiva ai processi di dequalificazione urbana in atto. Il tema per complicato. C di mezzo la politica. La quale, notoriamente, non fornisce un bello spettacolo di s. Ma proprio questo il punto. Oggi cittadini e media sono monopolizzati dai guai giudiziari di Tiziano Renzi o dalle convulsioni del Pd napoletano. Ed comprensibile. O meglio, inevitabile. Nel frattempo per veleggiano nellindifferenza generale processi di grande portata al tempo stesso materiale, culturale ed elettorale. Come la movida selvaggia, che costituisce un ulteriore elemento di degrado urbano, eppure frutta ai gestori dei locali centinaia di milioni allanno. O il malgoverno del patrimonio immobiliare del Comune, che depaupera lintera cittadinanza, eppure avvantaggia qualche decina di migliaia di fortunati affittuari. O, appunto, il restauro dei monumenti promosso da Palazzo San Giacomo, che svende i gioielli di famiglia ai pubblicitari. anche cos che si va coagulando una rete ormai fitta di interessi economici e di consenso elettorale. Un vero e proprio progetto politico, rispetto al quale chi non ne direttamente avvantaggiato assume atteggiamenti di straniamento o di fatalismo. Come se la mutazione culturale della citt fosse un destino.



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