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Oltre il caso stadio/ Quel vincolo arbitrario che blocca l'innovazione
di Virman Cusenza
IL MESSAGGERO Venerd 24 Febbraio 2017 - Ultimo aggiornamento: 25-02-2017 08:21



Non si pu stare a Roma, come avevano ben capito i padri dellUnit dItalia a cominciare da Cavour, senza avere unidea grande. Allora non si usava la parola visione, che pi moderna. Ma questo il nocciolo della questione. Da mesi, anzi da oltre tre anni, il dibattito sulla citt prigioniero del tema dello stadio. Mostrando una volta di pi quanto siano asfittiche le discussioni su una Capitale che merita un altro, e pi alto, livello di dibattito.

La querelle stadio s-stadio no anzitutto una foglia di fico che copre lassenza di progetti veri e di prospettive per il futuro della Capitale. il tipico esempio dello sguardo breve che i migliori statisti hanno sempre considerato il vero nemico del buon governo. Linsieme delle polemiche sullo stadio ha immiserito la questione, tradendo il senso pi intimo di un progetto per la citt. A fronte di un gigantismo (E il modo ancor moffende, direbbe Dante) che riguarda lampiezza dellopera, la mole spropositata delle cubature, laffidamento del progetto a un archistar, non si pu che registrare il nanismo di unimpostazione che guarda a interessi particolari e non generali. Di fatto snaturando lobiettivo preposto, molto semplice, che quello di realizzare una struttura sportiva. Tant che unapposita legge lo consente alle societ di calcio: in altri centri, come Torino, esistono impianti di questo tipo sui quali non gravano ombre di speculazione e che offrono un servizio ai cittadini.

Sono queste alcune delle ragioni per cui il Messaggero, nel corso di questo dibattito, ha fatto sentire con nettezza la sua voce critica. La nostra cultura liberale ci vieta, quasi per statuto, di essere contrari allinnovazione.
Altrimenti non avremmo scomodato Cavour allinizio di questo scritto. Questo giornale ha condotto battaglie contro le clientele in tutti i settori, proprio a riprova della sua vocazione a dare ossigeno e valori forti alla Capitale. Roma in questi decenni ha gravemente sofferto di un deficit di innovazione. La causa madre di questo ritardo, che ha messo la citt in posizione di clamoroso svantaggio rispetto alle altre metropoli europee, si chiama cedernismo.

Unespressione intimamente connessa alla parola declino. Il cedernismo - dal nome dellurbanista e ambientalista Antonio Cederna, dominus di una lunga stagione allinsegna della concezione immobile e pietrificata della storia di Roma - un impasto di conservatorismo ideologico, di decrescita infelice e di anticapitalismo mascherato da ecologismo. Questa cultura sprezzante dei bisogni di modernit, mobilit e vivibilit ha dato alle Soprintendenze la copertura ideologica per agire come centrali di veti ai danni di Roma. Lultimo esempio arrivato proprio con il vincolo posto sulle tribune dellippodromo di Tor di Valle (incomprensibile tutela a un bene insignificante) che viene indicato, dai fautori del no, come una delle ragioni - anzi come la ragione stringente - per non fare lo stadio in quellarea. Ma ci sono altre e ben pi fondate ragioni - come vedremo - per smontare alla radice la natura di questo progetto.

In questo caso, come in altri, la Soprintendenza ha imposto un veto per futili motivi. Si pu negare il progetto sulla base di chiare ed evidenti motivazioni razionali ma certamente non per un diktat capriccioso e figlio di unimpostazione che si rivelata letale per le sorti di Roma. La trasformazione moderna della citt stata impedita da pretesti cervellotici e sempre senza misura. Allinsegna dellaffermazione di potere di queste Soprintendenze, di cui si dovrebbe procedere a una radicale riforma. Il cedernismo di cui stiamo parlando ha provocato a Roma quei danni irreparabili, legati per esempio alla lontana ma purtroppo ancora attualissima polemica sullhotel Hilton a Monte Mario. Di quellapproccio ancora oggi paghiamo i segni nel vedere come i turisti a Roma non trovino alberghi allaltezza della concorrenza internazionale. Tutto stato ingessato, perci siamo contrari ad un ennesimo colpo di testa. Inorridiamo davanti a questa forzatura con cui la Soprintendenza vuole bloccare unopera gravata da assai pi ponderosi handicap che ne determinano linopportunit.

Un simbolo della paralisi conservatrice anche quel vincolo sul Forlanini che impedisce a Roma di dotarsi di un grande ospedale moderno. E si pensi, ancora, ai vincoli sulle caserme di viale Giulio Cesare che potrebbero diventare una parte del cuore pulsante di Roma. Non dobbiamo mai dimenticare che questa una capitale che pu vantare antiche meraviglie ammirate in tutto il mondo come il Campidoglio, il Colosseo e San Pietro, non una citt dellAlaska costretta a proteggere un fabbricato considerato storico e di pregio solo perch ha cento anni, non disponendo di altre antichit migliori. Qui, invece, le Soprintendenze dettano legge su tutto: hanno un indiscriminato potere privo di controllo democratico - non essendo elettive - e davvero spropositato. Mentre le Vestali della paralisi urbanistica e degli eccessi estetizzanti si occupano - ci si passi limmagine - di lavoretti allinterno di appartamenti del Centro storico, le plurimillenarie mura di Roma crollano per incuria e nellindifferenza di chi dovrebbe proteggerle ma troppo concentrato nellossequio a codicilli tanto minimi quanto dannosi.

E veniamo agli ostacoli veri. Che sono tre. Il primo il piano regolatore, che a Roma come in qualsiasi altra citt non un atto di arbitrio del Principe ma costituisce il punto di arrivo di un percorso che ha e che deve avere un fondamento scientifico. Aver fissato nel quadrante di Tor di Valle un limite alle cubature significa che queste erano stimate sufficienti e congrue ai bisogni di quella parte della citt. Aggiungere, come avvenuto nel progetto stadio, una mole cos massiccia e sovrabbondante di cubature non residenziali altera gli equilibri. Questo eccesso di volumetrie non appare giustificabile per una semplice quanto concretissima ragione: la domanda calata sia per motivi demografici sia per la crisi economica che attanaglia Roma.

Secondo. La viabilit e la sostenibilit per il sistema dei trasporti. previsto che il progetto, una volta ultimato, potrebbe ospitare fino a 25 mila posti di lavoro negli edifici del complesso-stadio. Il dibattito si incentrato sulla concentrazione del traffico in entrata e uscita dalla struttura in occasione degli eventi sportivi. Il discorso invece va allargato. Ogni mattina ci sarebbero migliaia di persone che raggiungono quel luogo - cio il loro posto di lavoro - e la sera ne uscirebbero. Di pi: a queste andrebbe aggiunto il flusso di altre migliaia di persone che, per ragioni di lavoro, avrebbero la necessit di recarsi in quel complesso. Con il rischio collasso in un quadrante cruciale dellUrbe.

Terzo. Lalterazione del mercato. Sono passati pi di cento anni da quando gli Stati Uniti vararono, nel 1890, la prima legge antitrust: lo Sherman Act. Oggi quelle regole, un vero faro del diritto, appaiono quanto mai attuali e le autorit preposte dovrebbero richiamarsi a quei principi, che oltretutto abbondano nel nostro ordinamento. La concorrenza, gi cos fortemente penalizzata dal diluvio di cubature non previste dal piano regolatore, verrebbe ulteriormente alterata se chi dovr costruire gli immobili potr giovarsi di un costo di partenza fortemente inferiore al prezzo di mercato. La cultura di questo giornale - lo ribadiamo - non mai stata contraria allinnovazione ma allalterazione del mercato. E qui ce ne sono tutti gli estremi.

Oggi il giorno del giudizio. Una classe dirigente che finora non ha dato grande prova di s non pu sfuggire alla consapevolezza di quali siano i principi e le regole in campo. Anzi, in nome di Roma, deve dimostrare di esserne allaltezza.



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