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in difesa dei beni culturali e ambientali

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Addio all'Italia nostra
Alberto Burgio
Alias, n. 44, 09/11/2002

ITALIA S.P.A. L'ASSALTO AL PATRIMONIO CULTURALE. Con il decreto Tremonti, in linea di legge «tutto» il patrimonio artistico italianoè ormai alienabile. Salvatore Settis descrive, con pathos documentale, questa tremenda ferita alla storia, e alla «cittadinanza»: preparata, però,dai governi di centrosinistra, con la scissione inopinata di tutela e gestione.
Centocinquanta pagine per una battaglia di civiltà: è questo, in estrema sintesi, l'ultimo libro di Salvatore Settis (Italia S.p.A L'assalto al patrimonio culturale, Einaudi, 8,80) sul processo di privatizzazione dei beni storico-artistici del nostro paese. Un'analisi complessa e circostanziata, nella quale i toni smorzati e la scelta di lasciar parlare «la cosa stessa» danno forma alla denuncia più implacabile di tutto un ceto politico-governativo - poco importa se di centro-destra o di centro-sinistra - accomunato dalla mancanza di consapevolezza storica e dall'omaggio all'ideologia privatistica che domina lo spirito di questo tempo. Documenta Settis il punto al quale siamo pervenuti (in una parola, la possibilità che tutto il patrimonio artistico italiano venga alienato a privati) e il presupposto che lo ha determinato (l'«affinità qualitativa» tra le politiche dell'attuale governo e quelle dei ministeri precedenti, nei quali i Beni Culturali erano guidati da Walter Veltroni e Giovanna Melandri). Pone in risalto i guasti già procurati (i colpi inferti a quell'organismo fragile perché complesso che è il patrimonio culturale di un paese, inteso come continuum storico-ambientale, come contesto vitale costitutivo della comunità civile nazionale) e le ideologie che ne hanno ostacolato il tempestivo riconoscimento (prime fra tutte, l'apologia del privato quale sinonimo di efficienza gestionale e l'evocazione di mitici modelli prescrittivi, a cominciare - com'è ovvio - da quello americano). Ne sortisce un quadro allarmante della situazione attuale e delle prospettive, che mostra come, in tutt'altre faccende affaccendati, gli italiani stiano lasciando che pochi malintenzionati sottraggano loro quanto di più prezioso essi posseggono, né più né meno che tutto ciò che li ha resi, nel corso dei secoli, cittadini, uomini responsabili di sé, consapevoli della propria identità e della propria storia. Di questo si tratta, piaccia o meno riconoscerlo. Ma procediamo con ordine.L'intuizione che sorregge l'analisi di Settis sta tutta nel concetto di «patrimonio culturale». Sotto la sua penna, questa espressione non designa una sommatoria accidentale di opere d'arte, assemblate per cause esteriori (conquiste belliche o donazioni di ricchi mecenati). Si riferisce a un insieme organico, sviluppatosi nel corso del tempo in rapporto a una comunità storica, della quale ha via via costituito il contesto vitale. Opere, case, monumenti, musei, bellezze ambientali sono, in tale prospettiva, parti di un intero radicato in un territorio che, a sua volta, appare in tutta la sua organicità, ricca di significato e di storia. Un continuum, scrive più volte Settis: e si intende agevolmente perché qui stia, ai suoi occhi, il baricentro stesso del discorso. Concepito in questo modo, il patrimonio culturale non è composto soltanto» dalle opere d'arte e dalle bellezze naturali che lo costituiscono, ma anche dalla consapevolezza della sua struttura unitaria, della sua organicità, del suo ancoraggio originario al territorio e alla vicenda storica complessiva del paese. In una parola, dalla cultura della conservazione, cioè dallo sguardo competente di chi, nel contemplare un quadro, un palazzo o un frammento archeologico, ne ricostruisce i nessi con tutto un contesto storico e civile. E ne ribadisce quindi la connotazione in senso forte pubblica, quale che sia, di volta in volta, lo statuto giuridico dell'opera.Di qui, due corollari, come Settis dimostra non meno essenziali del loro presupposto. Il coinvolgimento dello Stato, in primo luogo, quale garante dell'unità del patrimonio: o come diretto proprietario, o come argine all'arbitrio del privato, a cui non è permesso esportare o mutilare un bene artistico, pure giuridicamente di sua proprietà; quindi la stretta, inestricabile connessione tra la «gestione» del patrimonio culturale di un paese e la sua «tutela», momenti entrambi di una relazione organica, basata sulla conoscenza di quel contesto unitario e della sua complessità. Soltanto in apparenza è un discorso astratto e generale. In realtà, quanto si è sin qui osservato vale in specie per il nostro paese. Settis parla ripetutamente del «modello Italia», della nostra tradizione normativa («la migliore del mondo», non per caso presa ad esempio da innumerevoli paesi), della cultura conservativa di tanti nostri funzionari, che egli non esita a definire «la più avanzata del mondo». Settis non ignora certo difficoltà e inadeguatezze, ma resiste all'esasperazione autocritica, a certo sospetto intransigentismo che maschera con l'esterofilia (ah, il mondo anglosassone, libero da tanti lacci e lacciuoli!) la smania di privatizzare. Il punto è che la cultura italiana della conservazione costituisce il principale obiettivo dell'offensiva dei nuovi predatori.Cosa cè di più comodo che scaricare sulla collettività gli oneri, aggiudicandosi i profitti? Nel nostro contesto, si tratta dunque di spezzare il binomio tutela-gestione, addossando allo Stato le spese della protezione del patrimonio e riservando a sé i vantaggi della sua fruizione. Questa geniale filosofia ha rappresentato il filo conduttore della sciagurata vicenda che Settis puntualmente ricostruisce, che approda alle leggi «talebane» di Berlusconi e Tremonti, ma che comincia, ahinoi, negli anni del centro-sinistra. È il ministro Veltroni a formalizzare per primo la possibilità di scindere tutela e valorizzazione (dl. 112/1998); ed è la Finanziaria 1999 a prevedere che il ministro del tesoro possa vendere a società per azioni immobili di valore storico-artistico. Si rompe così un argine, faticosamente costruito nei primi decenni dello stato unitario. E si inaugura una nuova cupa stagione, sullo sfondo della marginalizzazione del ministero dei beni culturali, della sistematica mortificazione professionale dei suoi funzionari, della scissione tra i suoi enti di ricerca e le istituzioni formative del paese (scuola, università, Cnr).Com'è ovvio, il secondo governo Berlusconi imprime a questa dissennata deriva un decisivo salto di qualità. Ogni remora è abbandonata, e la corsa alla rapina si apre nel segno della più spregiudicata aggressività. La Finanziaria 2002 non si limita a disporre che tutti i servizi connessi alla gestione del patrimonio artistico possano essere affidati a privati; prevede anche la concessione degli stessi beni culturali pubblici. Di qui è breve il passo al famigerato «decreto Tremonti» (l. 112/2002). Nascono due società (la Patrimonio S.p.A. e la Infrastrutture S.p.A., aperta anche al capitale privato), esplicitamente finalizzate alla «alienazione del patrimonio dello Stato» e al contestuale superamento di quelle distinzioni (tra patrimonio immobiliare e culturale; tra patrimonio disponibile, indisponibile e demanio) che hanno sin qui impedito la dispersione del patrimonio storico-artistico pubblico. Si conferisce al ministro dell'economia la facoltà di stabilire, per decreto, i beni destinati a dismissione. E si dispone che lo stesso ministro possa imporre un canone d'affitto alle amministrazioni dello Stato che occupano immobili demaniali, cioè beni in linea di principio suscettibili di divenire proprietà di privati. È «il suicidio dello Stato», commenta la presidente di Italia Nostra; «l'Italia è in liquidazione», annuncia la Süddeutsche Zeitung; è lo Stato che, padre saturnino, «si autoconfisca e si autosfratta», osserva malinconicamente Settis, sino a rinunciare alla proprietà del suo stesso territorio.A questo siamo e non potevano ovviamente bastare né l'appello lanciato lo scorso dicembre dai direttori dei trentasette principali musei del mondo affinché il governo italiano desistesse dai propri intenti privatizzatori, né la lettera che Ciampi invia al presidente del consiglio nel giorno della promulgazione della legge Tremonti per ribadire il valore costituzionale del patrimonio artistico quale fonte di «identità e patrimonio comune di tutto il Paese». Ci vuol altro, di questi tempi. Una nuova classe compradora si accinge a un succulento banchetto e non serviranno certo a trattenerla i ferrivecchi della costituzione e della cultura democratica. L'idea stessa di cittadinanza sfuma e cede il passo all'ideologia, ben altrimenti «moderna», che ci vuole tutti «clienti» di musei, tutti «consumatori di paesaggi e mostre. Settis, per parte sua, non demorde. Formula interrogativi accorati («è questo che vogliamo?», «ora che accadrà?), elabora proposte, si dice persuaso che «si possa ancora» invertire la tendenza. Finalmente, nell'ultima pagina di questo piccolo grande libro, ci consegna la chiave del proprio pervicace resistere.«Dovere del cittadino è sperare - afferma - fino all'ultimo». Per rispetto di noi stessi facciamo nostra questa massima, contro ogni evidenza. Per quanto ogni giorno porti con sé prove della sua temerarietà. E benché somigli tanto a quel «credere di credere» che parla, più che di fede, di disperazione.



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