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in difesa dei beni culturali e ambientali

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Processo alla scultura "Messaggio alla città"
29 marzo 2017 LA REPUBBLICA



L'UDIENZA LA DIFESA DI CLET, ARTISTA IMPUTATO

«QUESTA scultura è un messaggio ai fiorentini e a Firenze: vivere è fare un passo nel vuoto, nell'ignoto, nel futuro. Firenze è una città blindata. Se i fiorentini vogliono continuare a vivere, devono fare un passo nel vuoto». La scultura è il "piccolo uomo nero", l'"uomo comune", che a lungo, dal 20 gennaio 2011, ha mandato il suo messaggio ai fiorentini da uno sperone del Ponte alle Grazie. Ed è per quella fragile figuretta che ieri Clet era in tribunale, accusato di violazione del codice dei beni culturali per averla installata senza autorizzazione sui lungarni, che sono zona paesisticamente vincolata, e di occupazione abusiva di suolo pubblico, anche se per molto tempo né Soprintendenza né Comune hanno avanzato obiezioni sulla scultura in bilico sul ponte.

In attesa dell'avvio del processo, che è poi stato rinviato al 25 maggio, Clet Abraham, bretone, 51 anni, accanto al suo avvocato, Giacomo Passigli, parla del suo rapporto con la legge e con la città di Firenze, avvinta nel suo splendido passato. Clet è celebre non solo per l"uomo comune" ma anche per i suoi interventi sui cartelli stradali. Le frecce vengono trasformate in pinocchietti o chitarre, oppure trafiggono un cuore. La P dei parcheggi emette piccole auto. Il cartello che indica una strada senza sbocco diventa una croce sorretta da un Cristo dolente. Per i suoi cartelli modificati Clet ha ricevuto molti apprezzamenti e molte denunce. «Io cerco di mettere in luce le contraddizioni della legge», spiega: «L'uomo ha bisogno di libertà mentre la legge lo vuole incatenare. Una istituzione capace di ammettere anche la critica e la discussione può evolvere e aprirsi all'ascolto dei cittadini, altrimenti è ferma e autoritaria ».

«L'"uomo comune" – spiega – nasce da un'intuizione: una città che vive in stato di oppressione, che ha bisogno di chiedere autorizzazioni, che è castrata, deve provare il diritto di rischiare e di vivere».

Clet vive a Firenze dal 2005. Perché non a Parigi o in qualche capitale più aperta al futuro? Perché Firenze? «È stata una scelta di famiglia e di affetti», spiega. «Ma in realtà non è stato un caso: Firenze e il mio spirito provocatorio si sono trovati». (f.s.)






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