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in difesa dei beni culturali e ambientali

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La mancata salvaguardia del patrimonio artistico dai rischi ambientali. In principio sia la conservazione preventiva
Bruno Zanardi
L'Indice dei libri del mese, n. 5, maggio, 2017, n. XXXIII

Statisticamente, dei circa 8100 comuni italiani, 3000 sono oggi detti fantasma perch ormai quasi del tutto disabitati e altri 3000 hanno meno di 5000 abitanti. Il che significa che, dati alla mano, poco pi dei due terzi del territorio italiano sono nei fatti abbandonati a s stessi. E mai possibile che in un paese come lItalia, dove con cadenza quasi annuale si verifica un terremoto, uninondazione, una frana, un crollo, nessuno abbia mai messo in rapporto quel macro-dato con gli immensi danni provocati agli uomini e alle cose, in primis il patrimonio storico e artistico, da quelle catastrofi? Oggi Amatrice, Norcia, Visso, Ussita, ieri Modena, lAquila, Genova, San Giuliano (i morti bambini), Sarno, la Lunigiana, Assisi (il crollo della Vela di Cimabue), lIrpinia e cos potendo lungamente proseguire a ritroso? Ebbene, qualcuno c stato, trovandosi per compattamente contro lindifferenza, quando non la diretta opposizione della politica nazionale e locale, del Ministero dei beni culturali e delle universit (dove i soprintendenti vengono formati, mai dimenticarlo). Proviamo a fare alcuni esempi.

Subito dopo il 1966 dellalluvione di Firenze viene creata la Commissione per lo studio della sistemazione idraulica e della difesa del suolo in Italia. A presiederla lingegner Giulio De Marchi che, chiudendo nel 1970 i lavori, sottolinea lurgenza di affrontare il problema della difesa idraulica e del suolo contro gli eventi idrogeologici in un quadro pi vasto. Dove il quadro pi vasto limprovvisa cessazione del controllo del territorio, quindi di rive di fiumi e fossi, sottobosco, inizi di frane, creata dalla fuga dei contadini, specie nella media e alta collina, verso le industrie nel frattempo aperte a migliaia in giro per lItalia. Esito dei lavori della Commissione De Marchi? Nessuno. Tutti se ne sono fregati, allora e dopo. Basti che se oggi a Firenze piovesse come in quel tragico novembre del 1966, la citt andrebbe di nuovo sottacqua. Quel che hanno scritto in tutta disinvoltura mesi fa i giornali, ricordando il mezzo secolo trascorso dallalluvione: dando sempre il giusto onore agli angeli del fango di allora, ma nessuno preoccupandosi delloggi.

Il 29 giugno del 1973 viene presentata a Urbino la Prima relazione nazionale sullambiente. Ideata, coordinata e finanziata da uno dei grandissimi gruppi industriali nel mondo, lEni, alla sua redazione partecipa il meglio del pensiero scientifico italiano e internazionale, fino alla Nasa, lOnu o la Fao. Quella Prima relazione, che si occupa anche del patrimonio artistico con un team coordinato dallallora direttore dellIstituto centrale del restauro (Icr), Giovanni Urbani, incontra per lopposizione frontale del Partito comunista (Pci), in quel momento al governo in molte delle neonate Regioni e che perci sosteneva dovessero essere queste a occuparsi dellambiente. Opposizione vincente, come ha raccontato un allora alto dirigente dellEni, Marcello Colitti: Bastarono i dieci minuti dellintervento di Giovanni Berlinguer per segnare latto di morte del tentativo dellEni di conquistare un ruolo istituzionale nel settore dellecologia. La Relazione grande lavoro e unquipe di qualit risultarono sprecati. Cos che al discorso ecologico italiano mancato per molti anni un centro di rilevazione e di elaborazione che avesse i mezzi per operare e la capacit tecnica e imprenditoriale, oltre alla credibilit verso il pubblico.

Un terzo tentativo dun anno dopo, il 1974, quando lIcr di Urbani termina di redigere il Piano pilota per la conservazione programmata dei beni culturali in Umbria, un lavoro di ricerca durato anni che pone al centro del problema conservativo il rapporto tra patrimonio artistico e ambiente. Ma qui bisogna aprire un inciso. In quello stesso 1974 viene creato il Ministero dei beni culturali. A volerlo con tutte le sue forze il giornalista fiorentino Giovanni Spadolini, che vede nei beni culturali un trampolino di lancio per la carriera politica cui si era dato dopo esser stato bruscamente licenziato dalla direzione del Corriere della Sera, come ha raccontato nella sua recentissima autobiografia Giulia Maria Crespi. Cos che Urbani cerca di fargli capire che quel nuovo ministero poteva essere il fulcro dun grande progetto che non facesse pi della tutela unazione ideale tra critica ed estetica, per invece considerare il patrimonio artistico quello che prima di tutto in Italia . Una totalit indivisibile dallambiente in cui andato stratificandosi nei millenni e conservabile solo attraverso la previsione e la prevenzione. In altre parole, conservabile solo attraverso unazione preventiva e programmata.

Le risposte di Spadolini sono del tipo interessante, caro professore, la mi lasci cost un appunto, per diventare freddo atto di guerra con il suo primo atto ufficiale da ministro. Senza dir nulla a Urbani, cos fa farlo trovare di fronte al fatto compiuto (ne fui diretto testimone), egli emana una legge (44/75) con cui promuove issofatto a istituto centrale del restauro lo storico e ormai del tutto obsoleto Opificio delle Pietre Dure (Opd) di Firenze. Un provvedimento che dimostra Spadolini completamente ignaro della complessit del sistema che vuole governare. A cominciare dal non essersi in alcuno modo reso conto che innalzare demble al ruolo di Icr un organismo privo di qualsiasi esperienza nel restauro, appunto lOpd, nei fatti delegittima, ma anche di fatto spregia, non solo il progetto di cui Urbani gli aveva parlato, ma ancor pi limportanza e loriginalit del lavoro di ricerca realizzato in una quarantina danni da Brandi, poi da Pasquale Rotondi, infine da Urbani, lo stesso che aveva fatto dellIcr insuperabile punto di riferimento nel mondo intero per le materie di restauro, conservazione e tutela. Cos da poter commentare lazione di Spadolini con le identiche parole usate da Colitti per il provocato fallimento della Prima relazione sullambiente: Dal 1975 della delegittimazione dellIcr al discorso italiano sulla tutela mancato un elemento fondamentale: un centro di rilevazione e di elaborazione che abbia i mezzi per operare e la capacit tecnica e imprenditoriale, oltre alla credibilit verso il pubblico.

Due anni dopo, nel 1976, il nuovo ministro dei beni culturali, Mario Pedini, consegna copia del Piano pilota di Urbani allassessore alla cultura della Regione Umbria, chiedendo che questa si esprima nel merito, visto che senza il suo assenso il Piano diverrebbe irrealizzabile. Quel che la Regione fa in un assai partecipato dibattito in cui, anche grazie alla delegittimazione subita dallIcr, quasi tutti gli intervenuti possono con ogni tranquillit dichiararsi contrari al Piano sulla base dellalzata dingegno del momento, evitando di misurarsi con argomenti tecnico-scientifici e progettuali a loro ignoti. Voce dellimmenso ritardo culturale alla base di questa tristissima vicenda un peraltro bravo etruscologo (ma pur sempre un etruscologo!), Mario Torelli, che cos ideologicamente stronca per sempre il Piano umbro sulle pagine dellUnit: Nei due volumi ciclostilati che compongono il Piano, questo si rivelato di bassissimo livello culturale e largamente disinformato [sta parlando di un lavoro di ricerca durato anni e condotto dallIcr in stretta comunit con vari istituti e Universit], un preciso attentato alle proposte avanzate dalle forze di sinistra, e in particolare dal Pci, per una pi democratica gestione dei beni culturali.

Nel 1980 un terribile evento sismico colpisce lIrpinia radendo al suolo interi paesi e facendo quasi tremila morti. A fronte di una simile e immensa tragedia, Urbani si chiede quale debba essere il ruolo dun istituto centrale del restauro, concludendone che certamente non poteva pi essere, comera sempre accaduto (e come ancora oggi accade) quello dindicare come ben ritoccare i dipinti rimasti sotto le macerie, bens di assumersi la responsabilit di istituzione dello Stato che dispone i modi e le tecniche, non tanto e non solo per intervenire sui monumenti e le opere lesionate dai terremoti, ma prima ancora per prevenire quei danni. E il programma della mostra La protezione del patrimonio monumentale dal rischio sismico, inaugurata nel 1983, ed esito di un lavoro di ricerca pluridisciplinare condotto al seguito del Progetto Geodinamica del Cnr; un lavoro come al solito realizzato assieme a vari istituti e universit, in cui Urbani tra laltro evidenzia lopportunit di ridurre al minimo indispensabile gli interventi in palese contrasto con la logica delle strutture originarie, perci sempre potenzialmente lesivi dellintegrit strutturale delle stesse, affermazione che chiaro riferimento alleccessivo uso del cemento nel consolidamento degli edifici. Dove aver realizzato quel lavoro di ricerca in forma di mostra perch Urbani lo pensa come uno speciale servizio reso dallIcr alle soprintendenze territoriali, in modo che queste possano organizzare nelle loro sedi seminari a cui chiamare le Universit locali, i responsabili dei problemi ambientali della Regione, i direttori degli uffici tecnici dei comuni, gli ordini professionali, le curie, le dimore storiche, il Fai e cos via, in modo da poter organizzare assieme a loro un lavoro, appunto, di prevenzione dei monumenti dal rischio sismico. Risultato? Solo due della settantina (in quegli anni) di soprintendenze italiane richiedono la mostra, peraltro nemmeno loro facendone occasione di dibattito, visto che per i soprintendenti (quindi anche per luniversit, che i soprintendenti forma) prevenzione e conservazione programmata erano (e sono ancora oggi) cosa non troppo diversa dallaraba fenice.

Ultima possibilit di creare un punto zero da cui partire per affrontare in modo razionale e coerente il tema della prevenzione del patrimonio artistico dai rischi ambientali alla Giornata per il decennale della morte di Giovanni Urbani organizzata da Salvatore Settis alla Normale nel 2004 e presieduta dallallora ministro Giuliano Urbani (nessuna parentela, nemmeno lontanissima, con Giovanni). Nelloccasione, chiara a tutti linsuperabilit dellapproccio organizzativo alla tutela formalizzato da Giovanni Urbani nei suoi Piani. Pare rendersene conto anche il ministro, che dichiara in quella autorevolissima sede la sua ferma intenzione di istituire una Direzione generale per la conservazione programmata, come il giorno dopo riportano alcuni quotidiani. Pronto per a rimangiarsi la pubblica parola, il liberale (allitaliana) Giuliano Urbani perch dominato, come si disse allora, dallalta burocrazia ministeriale, al solito ferocemente contraria (ieri, oggi e sempre) a qualsiasi innovazione razionale e coerente dellazione di tutela, in conseguenza anche ferocemente contraria alla salvaguardia del nostro patrimonio storico e artistico: Amatrice, Norcia, ecc. docunt.

Che dire di fronte alle migliaia di morti e di sfollati creati dalle migliaia di calamit naturali che hanno colpito il paese nel mezzo secolo che separa il 1966 della Commissione De Marchi dalloggi di Amatrice, Visso e Norcia? Di fronte alla perdita irreparabile dellidentit di interi insediamenti abitativi storici, con le loro case, chiese, monumenti e opere? Di fronte ai danni di miliardi euro, che applicando quei Piani, si potevano, se non evitare, certamente molto alleggerire? Pagher mai qualcuno per lirresponsabile e vittoriosa difesa dellimmenso ritardo culturale che ha originato tutto ci?



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