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L'architettura per vivere bene
di Gabriele Paolinelli
11 GIUGNO 2017 IL SOLE 24ORE


Si avvicina la fine del Settecento quando Goethe, ispirato dalla grandezza dell'antichit romana, esprime la propria visione dell'architettura come seconda natura intesa alla pubblica utilit. sempre pi evidente, oggi, come questa concezione sia attuale. Se dalla Natura dipende infatti la vita, da una seconda natura deve dipenderne almeno una parte. Dall'architettura dipende appunto l'influenza sulla qualit della vita degli uomini dovuta ai luoghi dove essa si svolge, in una parola, i loro habitat. I paesaggi sono trasformati dall'architettura, seppure non solo da essa, e danno conto della democrazia espressa dalla qualit degli habitat. La complessit strutturale dei paesaggi esige che le loro interpretazioni siano trans-disciplinari.
Un vero dialogo fra le specializzazioni e la ricerca di una visione unificante, attraverso uno sguardo generale, consentono sintesi necessarie per rispondere alle esigenze umane, in vista di decisioni operative, con il miglior grado di approssimazione della complessit dei paesaggi. Settis avverte in termini espliciti l'esigenza di ripensare categorie interpretative, linguaggi e prospettive a cui ha fatto riferimento; ad esempio, nella concezione dei paesaggi come realt da vivere e non solo da vedere; concezione all'apparenza ovvia, quanto in realt distante dall'equivalenza tra paesaggio e veduta che ha dominato la cultura italiana del Novecento e strutturatole norme e le prassi di tutela. La considerazione della dimensione ecologica del paesaggio come co-essenziale a quella scenica fa risultare dunque lo stesso Settis eccentrico rispetto alla tradizione di tutela di cui afferma limportanza, pur non risparmiado le critiche, in particolare a riguardo dellipertrofia normativa. Le relazioni tra architettura e democrazia sono una parte rilevante dell'insieme pi complesso di quelle tra democrazia e sostenibilit. Ci che difetta nelle espressioni di ognuna di queste categorie pregiudica le altre; esse non sono affatto astratte e la luce sotto la quale l'autore vede le generazioni future contribuisce ad evidenziarne la concretezza: cittadini necessari, presenti da subito , dunque soggetti certi e reali nel loro futuro, che occorre considerare nel concepire e nel costruire il nostro presente. Altre due posizioni emergono nel libro, significative quanto ancora eccentriche nel nostro Paese. Settis le esprime con incisivit: l'opposizione natura-cultura deve essere ripensata in termini di continuit fra l'uno e l'altro dei suoi poli, e fra architettura e paesaggio pu esservi calcolata armonia. Un'ulteriore riflessione sulle urgenze della contemporaneit mette al centro il tema del confine. Oltre la questione delle distinzioni citt-campagna, sempre pi mutate dalla diffusione urbana, tornano infatti ad acuirsi i limiti nelle citt, sotto forme nuove, con il moltiplicarsi degli estremi di comunit economicamente ricche, fisicamente chiuse, e di comunit povere, altrettanto isolate. La questione democratica del diritto alla citt risulta cos una prospettiva etica fragile a fronte della solidit della propriet privata come diritto illimitato sul suolo. Il libro ipotizza un percorso non convenzionale anche intorno alla generazione culturale del patrimonio territoriale. Il processo di riconoscimento dei valori pu essere fondato e avviato sulla percezione sociale dei rischi e delle necessit ambientali, per risalire progressivamente fino ai beni archeologici, passando per i paesaggi e i beni storici, con un'inversione della sequenza tradizionale, ritenuta troppo distante dalla quotidianit della vita per ricevere l'attenzione necessaria. Nell'ultimo capitolo, Teatro della democrazia , gli argomenti del libro sono ricondotti a un senso complessivo che mostra la potenzialit di una visione politica. L'interpretazione del presente basata sul passato, sulla sua ricchezza di riferimenti teorici ed empirici e la conseguente capacit d'indirizzo, ed volta al futuro, come concreta tensione evolutiva. L'indifferenza che prolifera in silenzi colpevoli e l'opposizione che si esaurisce in "no" astratti sono due opposti frequenti che indicano la distanza che i nostri tempi hanno posto fra la gente e i luoghi, inducendo cos carenze di cura e conseguenze di fragilit delle tutele culturali. D'altra parte la nostra storia novecentesca ci distingue da paesi europei a noi vicini, come la Francia, la Svizzera, l'Austria e la Germania. Decennio dopo decennio, la progressiva esclusione istituzionale delle persone dal discorso sul paesaggio ha portato a forme gravi di de-responsabilizzazione. La concezione della tutela imposta ed esercitata per via vincolistica, seppure sia ispirata all'interesse generale della comunit e alla qualit del vivere civile, non in s prossima ad un vero discorso dei cittadini, fra i cittadini all'interno della polis. I cittadini - scrive Settis sono troppo spesso passivi spettatori, pronti ad indignarsi ma non a immaginare cause e rimedi alle trasformazioni critiche. E, d'altra parte, troppo spesso scrittori, artisti, fotografi adottano, davanti a questi sviluppi minacciosi, un'attitudine estetico-descrittiva: mal'angolatura estetica diventa un alibi, una fuga da ogni responsabilit, il rifiuto di giudicare e di imputare le colpe a chi le ha. I fatti sono evidenti nelle qualit, scadenti ove non critiche, dei paesaggi ordinari che viviamo. Non dunque corretto riconoscere alla tutela vincolistica un'efficacia soddisfacente; n plausibile l'attribuzione ad essa di responsabilit dirette che non ha; quelle dei progetti sono infatti per primi dei committenti e dei progettisti, sia che essi riguardino la met del Paese vincolata, come nella parte restante che non ha ricevuto la medesima attenzione dal legislatore e dalle soprintendenze. Questo libro mette cos in luce il ruolo e dunque la responsabilit dell'architettura nella definizione degli spazi e delle relazioni che nelle citt e in generale nei paesaggi concorrono a determinare la qualit della vita delle persone. Per quest'ultima e perla democrazia da cui essa dipende, dannosa tanto l'autoreferenzialit del fare pubblico, quanto la sua incapacit di regolare quello privato.



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