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Ricordo di Philip Gossett, di Vittorio Emiliani

Riceviamo da Vittorio Emiliani e molto volentieri pubblichiamo.


Non dimentichiamo i grandi musicologi come Philip Gossett

di Vittorio Emiliani

Il patrimonio musicale italiano è immenso, dalla musica medioevale alla polifonia, al melodramma, agli oratorii, si sono fatti passi avanti per conservarlo e tutelarlo e però si tratta pur sempre di patrimoni, laici ed ecclesiastici, spesso a rischio. Tuttavia. quando un grande ricercatore, catalogatore, recuperatore attivo per anni in questo mare vien meno, pochi se ne avvedono e lo ricordano. Giorni fa è mancato a 76 anni dopo lunga malattia a Chicago un grande musicologo americano, ebreo di origine polacca, Philip Gossett, al quale l'Italia del melodramma deve molto, anzi moltissimo. Ma i nostri giornali, per non parlare della tv, non si sono ("Corriere della Sera" a parte) sprecati granché. Eppure, per riferire una notizia "popolare", si deve a Gossett il ritrovamento di un'opera di Gioachino Rossini che si riteneva perduta per sempre e cioè la cantata per l'incoronazione di Carlo X, "Viaggio a Reims" data per sole tre sere e una quarta per beneficenza. Poi mai più. Era nascosta nella Biblioteca di Santa Cecilia. Alla quale l'aveva donata uno dei medici di Rossini dopo averla ricevuta dalla seconda moglie del compositore, la bellissima Olympe Péllissier.
Fu data a Pesaro il 18 agosto 1984, per la prima volta dopo quel 1825, al Rossini Opera Festival sotto la direzione di Claudio Abbado, regista Luca Ronconi, scene di Gae Aulenti, tutti ispiratissimi, con un cast stellare. Indimenticabile. Philip Gossett è stato con Bruno Cagli il rossinologo più importante dell'ultimo mezzo secolo. Aveva frequentato già da studente la Fondazione Rossini che un curioso miliardario comunista Volframo Pierangeli, industriale laterizio, aveva rilanciato nominando il trentenne Bruno Cagli alla direzione artistica. I due, con la collaborazione per una prima parte del maestro Alberto Zedda, sarebbero stati gli ideatori e i realizzatori di una impresa memorabile che lì per lì sembrava folle: recuperare il repertorio rossiniano, gioco e drammatico, le cantate, le partiture pianistiche, ogni frammento insomma, circa 80 titoli in forma di edizione critica. Cioè non tanto gli originali, quanto quelle musiche come le aveva ascoltate, viste, rielaborate dopo la "prima" Rossini. Per esempio "Cenerentola" non nella versione originale data al Teatro Valle ma in quella rappresentata al San Carlo di Napoli, completata con l'aria affascinante del mago Alidoro.
Un progetto che i due elaborarono in proprio, affidando le singole opere a musicologi di ogni Paese. Tutti gli anni, in agosto, a Villa Ugolini la Fondazione Rossini, poi presieduta dal senatore ed ex sindaco di Pesaro, fine intenditore di musica, Giorgio De Sabbata e fra il '90 e il '95 da chi scrive, riuniva i suoi musicologi. Da Chicago arrivava il gruppo di Gossett (Patricia e Chak Brauner, Janet Johnson e altri), i valenti italiani Paolo Fabbri e Stefano Castelvecchi e altri ancora. Un laboratorio musicologico di prim'ordine che studiava, correggeva, impostava. E ogni anno uscivano una o due edizioni critiche di cui poi Ricordi vendeva le parti vocali e strumentali in giro per il mondo. Il Rossini Opera Festival - organizzato il primo anno da Bruno Cagli con la riproposizione de L'Inganno felice - nacque nel 1981, proprio per far conoscere al pubblico gli straordinari recuperi che i musicologi stavano operando sia in campo operistico (opere dimenticate, soprattutto del repertorio "serio", Otello, Ermione, Ricciardo e Zoraide, Zelmira, Matilde di Chabran, Comte Ory, Moïse et Pharaon,Messa di gloria, Cantata per Pio IX, Cantate per i Borboni, ecc.) che in campo cameristico o pianistico (centinaia di Morceaux Parisiens, Péchés de Vieillesse, ecc.). Guidata da Cagli e Gossett la musicologa canadese Elisabeth Bartlet lavorò dieci anni alla monumentale edizione critica del Guillaume Tell in sei grandi volumi.
Gossett era un lavoratore eccezionale. Una mattina lo trovarono steso, supino, sul pavimento di Villa Ugolini. Accorsero allarmati. Stava soltanto rilassandosi. Non pago di Rossini, si assunse anche l'incarico delle edizioni critiche delle opere verdiane. Una sera eravamo al Regio di Parma dove davano un bel "Macbeth" diretto con passione e cura da Evelino Pidò. La regia del francese Dominique Pitoiset non era più provocatoria di tante altre. Ma i famosi loggionisti del Regio erano inquieti, divisi in vari gruppi, uniti nel disturbare l'esecuzione. Che fu invece piena di fascino drammatico. Alla fine mi unii a Philip che dalla platea già si scagliava con veemenza polemica contro i disturbatori, a viso aperto. L'avevo visto invece scuotere mestamente la testa dopo la "prima" della bellissima Ermione dove la protagonista, la grande Montserrat Caballè, ormai calante, aveva cantato un po' quello che le pareva mentre Gustav Kuhn aveva diretto quella tragedia neoclassica con un discutibilissimo gusto verista. E i rossiniani più competenti erano insorti. Gossett andava ripetendo scuorato nel foyer del Teatro Rossini: "Peccato, c'era tanta bella musica..."
Poi avvenne la rottura col soprintendente del ROF Franco Mariotti, che aveva tanti meriti, ma pativa l'alone nazionale o internazionale della Fondazione, dei suoi musicologi e di altri. I politici locali lo appoggiavano. Lo spettacolo dà più popolarità delle edizioni critiche. Altri se ne andarono da Pesaro senza polemizzare. Gossett no, impiegò i molti dollari di un premio alla carriera per realizzare sue edizioni critiche rossiniane in Germania, approfittando del fatto che la Fondazione Rossini era un po' deperita, specie dopo l'uscita di Bruno Cagli e di altri.
"Caro Vittorio, abbiamo già pubblicato Comte Ory e Il Barbiere di Siviglia, e Musica da camera senza pianoforte. Siamo lavorando a questo momento su vocal chamber music, che speriamo di finire ben presto. Saranno fra le opere da fare in questi anni La Cambiale di Matrimonio e Moise. Best Wishes,
Philip and Daniel".
Così mi scriveva nel febbraio scorso. Era già su una carrozzella, e però non mollava. Spero che i suoi allievi e collaboratori vadano avanti nell'appassionante ricordo di Philip. In Italia la memoria svanisce presto.

Vittorio Emiliani
già presidente della Fondazione Rossini



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