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Imprese culturali e creative alla ricerca di definizione
Franco Broccardi
Pubblicato il: 07/07/2017 - 00:32



Un primo commento dalla prima Conferenza Nazionale sulle imprese culturali - tema al centro dellimpegno di numerosi enti della filantropia istituzionale- organizzata a LAquila da Federculture, AGIS, Alleanza delle Cooperative e Forum del Terzo Settore che parte dalla confusione sotto il cielo, con perimetri in continua evoluzione, nonostante il vasto e irrisolto dibattito presente in Europa: di cosa stiamo parlando? Non un semplice e ozioso vagabondaggio linguistico e semantico bens lo scacchiere su cui si gioca la partita dei fondi europei. Un settore di peso economico rilevantissimo e di crescente potenziale di sviluppo, enorme, sconosciuto e sottovalutato che va sdoganato. Una nuova proposta di Federculture, integra la visione della Legge in bozza della Commissione Cultura della Camera, con fiscalit di vantaggio per le imprese culturali. Visione che dovr integrarsi con lo scenario aperto sulle Imprese sociali dalla Riforma del Terzo Settore.


Nonostante gli sguardi tra il dubbioso e lironico di molti professionisti quando chiedono ammiccanti se davvero ci siano dei ritorni economici nel lavorare con la cultura e che fanno capire come ci sia ancora molto da fare per creare un sentimento nazionale forte sullargomento troppo spesso vissuto ancora al pari delle gite scolastiche (anche se il fatto che queste siano un business forse loro un po pi chiaro), ecco nonostante tutto questo parlare di imprese culturali e creative diventato urgente. Ed proprio alle Imprese Culturali che stato dedicata una Conferenza Nazionale organizzata da Federculture, AGIS, Alleanza delle Cooperative e Forum del Terzo Settore.

Un bene parlarne, indubbiamente, ma che si scontra con un problema sostanziale: non sappiamo di cosa stiamo parlando.
Non abbiamo a oggi, infatti, una definizione che ci faccia capire di cosa si tratti con gli intuibili effetti destabilizzanti sullintero sistema.
Non c certezza su cosa sia culturale e cosa creativo, ad esempio, ed questa, probabilmente, la ragione per la quale le due cose vanno sempre di pari passo. Perch se facile definire culturale lattivit di una associazione che mette in scena teatro classico e lo altrettanto inquadrare nel settore creativo una societ che programma videogames le scelte si complicano quando ci addentriamo nella terra di mezzo. Il cinema, tanto per cominciare. cultura se drammatico e creativo in caso di cinepanettoni? Oppure la creativit nelle case di produzione e la cultura nelle sale? Difficile trovare il confine. Difficile anche solo immaginarlo. Pensiamo poi a una casa editrice. la sua dimensione a traghettarla da un campo allaltro? I suoi autori? La ricercatezza delle copertine? Ancora pi complesso se parliamo darte: cultura o al di fuori del campo? Colti gli artisti e creative le gallerie, le fiere e le case dasta? La biennale di Venezia, oltre alla mondanit, dove possiamo inquadrarla? E infine: la cultura non persegue profitto mentre la creativit si accompagna al commercio?

La Convenzione per la protezione e promozione della diversit delle espressioni culturali dellUNESCO ha definito industrie culturali quelle che producono beni, servizi e attivit che per i loro attributi, scopi e caratteristiche sono considerate culturali, indipendentemente dal valore economico intrinseco. Lanno successivo, per, KEA - EUROPEAN AFFAIRS ha pubblicato, per conto della Commissione Europea, uno studio in cui lepicentro della definizione sono i prodotti finali delle industrie culturali e creative. Secondo tale indicazione le industrie culturali tradizionali sono composte dalle espressioni artistiche (arti visive, danza, teatro, istituzioni museali, etc ...) per cui laspetto economico da ritenersi marginale in quanto frequentemente sostenute da fondi pubblici. Le industrie creative al contrario sarebbero quelle orientate alla produzione di beni culturali destinati al consumo e la cui dimensione economica molto pi evidente come sono il design, l'architettura e la moda.

Nel 2010, all'interno dell'Agenda Digitale europea per la Cultura, la Commissione Europea ha pubblicato il Libro Verde sulle industrie culturali e creative riprendendo e modificando la definizione delle ICC da quella dell'UNESCO: per culturali si intendono le imprese che producono e distribuiscono beni o servizi che incorporano o trasmettono espressioni culturali, quale che sia il loro valore commerciale. Oltre ai settori tradizionali delle arti (spettacolo dal vivo, arti visive, patrimonio culturale), questi beni e servizi comprendono anche film, dvd, video, televisione e radio, videogiochi, nuovi media, musica, libri e stampa.

Al contrario un altro studio dello stesso anno preparato sempre per la Commissione Europea Directorate General for Education and Culture da Hogeschool vor de Kunsten Utrecht, imprese culturali quelle che producono e distribuiscono merci o servizi legati a una specifica forma di espressione culturale come i settori pi tradizionali delle arti visive e dello spettacolo ma anche il cinema, la tv e la radio, i nuovi media, l'editoria e la stampa. Le industrie creative sono invece quelle che usano la cultura come input ma i cui prodotti hanno una funzione ben precisa tornado a comprendere in tale perimetro il design, la moda, la pubblicit e l'architettura.

Come si pu capire i confini tra imprese culturali e creative sono in continua evoluzione per non dire confusione. Se si prende in considerazione il settore ICC in Europa evidente anche un diverso approccio mentale a seconda della provenienza geografica: nel Nord Europa l'approccio a questo settore pi legato quindi agli aspetti tecnologici e innovativi, quelli pi recenti e meno tradizionali del settore creativo mentre nei Paesi dell'Europa Centrale e Meridionale emerge un chiaro orientamento alle attivit legate al patrimonio culturale che si focalizzano maggiormente sulle imprese culturali tradizionali.

Questo vasto e irrisolto dibattito presente in Europa impedisce una chiara separazione dei ruoli, ma non un semplice e ozioso vagabondaggio linguistico e semantico bens lo scacchiere su cui si gioca la partita dei fondi europei. Allo stesso modo la discussione ha preso piede anche in Italia dove lo scontro, per, si abbina tradizionalmente a quella che viene comunemente definita (con un temine non felicissimo e forse anche fuorviante) fiscalit di vantaggio.

La Commissione Cultura della Camera sta portando avanti, attraverso strade non sempre agevoli e come sempre oggetto di mediazioni contrapposte ma che comunque non hanno impedito il coinvolgimento di operatori culturali e professionisti in un confronto sul campo, il proprio progetto di legge in materia: un testo ormai pronto per lapprovazione in aula e che non passato indenne dalle forche caudine della Commissione Bilancio e del MEF che ha opposto dubbi di copertura finanziaria e che ha obbligato a una generosa sforbiciata le previsioni normative tra cui proprio gli aspetti fiscali.
In ci che rimane della bozza del progetto di legge ha comunque trovato forma, ed il fatto pi rilevante, una definizione abbastanza ampia e comprensiva sia degli aspetti culturali che creativi secondo cui questa quella che ha per oggetto, in via prevalente o esclusiva, lideazione, la creazione, la produzione, lo sviluppo, la diffusione, la conservazione, la ricerca e la valorizzazione o la gestione di prodotti culturali intesi quali beni, servizi e opere dell'ingegno inerenti alla letteratura, alla musica, alle arti figurative, allo spettacolo dal vivo, alla cinematografia e allaudiovisivo, agli archivi, alle biblioteche e ai musei, nonch al patrimonio culturale e ai processi di innovazione ad esso collegato. Una definizione che supera la contrapposizione profit/no profit, ma alla quale qualcuno obietta di non considerare alcuni settori creativi come la moda e il design (scelta che si pu immaginare dettata dal fatto che la creativit inclusa nel perimetro del progetto sia quella a base culturale e non la creativit in termini pi generici).

Federculture, dal canto suo, ha lavorato a una propria proposta. In questo caso il cardine su cui impernia lintero impianto la fruizione pubblica delle attivit di tutela e valorizzazione delle attivit e dei beni culturali. Anche in questo caso lalveo delle ICC ricomprende ogni attivit sia profit (le imprese creative) che no profit (imprese culturali) con un deciso appoggio a queste ultime favorite da previsioni di agevolazioni a fronte del loro interesse pubblico e della propensione alla sopra citata fruizione pubblica: aliquote IVA ridotte (4% o 10%), esenzione da IMU e tributi locali o loro applicazione a valori fissi, semplificazioni in materia di donazioni e decontribuzioni per il lavoro dipendente. Una proposta che, per, pare destinata a fermarsi in attesa di capire meglio la riforma del terzo settore, il ruolo delle imprese sociali e gli sviluppi possibili delle societ benefit.

Tutto questo distinguere, classificare, porre su piani diversi, in ogni caso, al di l di una necessaria e non pi prorogabile definizione non forse neanche il vero problema: quello che di questa corsa alle ICC dovrebbe davvero importarci il loro riconoscimento, quello di un settore economicamente rilevantissimo, la sua definizione (cosa che, ad oggi, ancora manca), il suo sdoganamento.
Il mondo delle imprese culturali e creative enorme, sconosciuto e sottovalutato. Si parla di ZES (zone economiche speciali) a cui destinare particolari attenzioni fiscali quando, probabilmente, faremmo un servizio migliore nellimmaginare lItalia come ununica, grande e meritevole ZES.

Mancano i fondi, forse, anche se davvero servirebbe unanalisi economica sui ritorni economici dellinvestimento (investimento e non costo) della politica in cultura (tutta la cultura indipendentemente da soggetti, forme, luoghi e modi). Di certo non mancano le idee per strutturare e rafforzare il settore. Ci che pi manca, spesso, la sensibilit alla materia (anche da parte di quelli che dovrebbero averne pi cura e i politici e professionisti pi illuminati ne sanno qualcosa), manca visione di una economia diversa e pi attuale, mancano prospettiva e coraggio. Cultura, anche.

Franco Broccardi, BBS-Lombard

http://www.ilgiornaledellefondazioni.com/content/imprese-culturali-e-creative-alla-ricerca-di-definizione


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