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Bergamo. Altro che Unesco: quando nessuno voleva le Mura
Fabio Paravisi
Corriere della sera - Bergamo 12/7/2017

Proteste e processioni accompagnarono linizio dei lavori nel 1561
Per realizzarle vennero demolite seicento fra case, cascine e chiese

Altro che Patrimonio dellUmanit. Erano la ruina della patria, erano devastazioni di case, scempio della religione, disperazione delle famiglie. Giusto, oggi, celebrare la grandiosit delle Mura, lo splendore dello spettacolo, il fascino delle Storia. Ma riavvolgendo il nastro di quattro secoli e mezzo fino al cantiere di quello che veniva chiamato Forte San Marco ci si trova davanti a una scena diversa: guastatori che abbattono le case, soldati che tengono a bada gente infuriata, processioni che implorano laiuto divino contro la sciagura di quei muraglioni che i veneziani si sono messi in testa di realizzare attorno alla collina.

La Repubblica di San Marco decisa: bisogna tenere a bada gli spagnoli che dominano Milano, e le Muraine medievali che circondano il colle e i borghi sottostanti non reggerebbero alle cannonate. Serve qualcosa di pi consistente. E se bisogner abbattere le case e chiese che sorgono sulle pendici della collina, pazienza. Limpresa si pu fare facilmente, assicura il conte Sforza Pallavicino, governatore generale: basta poco tempo, tremila muratori e labbattimento di qualche casa. Dove si vede che la pratica di sottostimare i lavori e di fare le correzioni in corso dopera ha una solida tradizione: il conte azzarda pochi mesi e 40.000 ducati, serviranno ventinove anni e un milione di ducati.

E quello il meno. Perch bisogna demolire 600 abitazioni, fattorie, botteghe, chiese e conventi. Allarmate dalla prospettiva, ai primi di agosto del 1561 le autorit religiose indicono tre giorni di processioni per illuminare le coscienze delle autorit. Polidoro Augusto e Licinio Bosello vengono inviati a Venezia per cercare di convincere il Doge a rivedere il progetto. A Palazzo Ducale si ascolta tutto con cortesia, poi si procede come previsto, spedendo anche un dispaccio per ricordare lobbligo di collaborare a unimpresa che far il bene di tutti. Appello rivolto anche alla manovalanza: vista la scarsa popolarit dellimpresa si fa fatica a trovare lavoratori. Alla fine per gli stipendi elevati e la prospettive di un cantiere a lungo termine riempie i ruolini: 3.760 manovali, 263 scalpellini, 147 muratori, 46 falegnami, 35 soprastanti, 8 capimastri. In certi momenti nel cantiere arriveranno a lavorare in seimila. In pi ci sono seicento soldati, che proteggono il cantiere dalla furia dei No-Mura. I veneziani sono attenti a creare subito una situazione da cui non si pu pi tornare indietro: in cinque mesi, lavorando contemporaneamente in nove punti diversi, abbattono 213 edifici. I risarcimenti sono scarsi, tante famiglie vengono rovinate. Chi pu si ricostruisce una casa fuori le Mura, a una distanza minima di 25 pertiche romane (52 metri).

Non vengono risparmiati nemmeno gli edifici religiosi. E a ogni chiesa abbattuta, sul malcapitato conte Pallavicini si abbatte una scomunica: alla fine ne totalizzer otto, e per farsele togliere dovr pagare un patrimonio in offerte. Si salva solo il convento SantAgostino, i cui frati, vista inutile lennesima scomunica, offrono un grosso contributo in denaro. Il conte accetta lofferta, anche perch gli ingegneri gli hanno appena comunicato che il convento sorge su uno sperone roccioso, e per spianarlo servirebbero troppo tempo e denaro. Ma vengono rasi al suolo il convento di Santo Stefano, la chiesa di San Lorenzo che fa posto allomonima Porta e soprattutto la Cattedrale di SantAlessandro in Colonna che custodisce le reliquie del santo (traslate a San Vincenzo, lodierno Duomo). Fra Domenico Calvi ricorda nelle sue Effemeridi lultima messa in Cattedrale il 27 luglio 1561: Correva il vangelo della distruttione di Gerusalemme () si videro gli occhi de cittadini astanti gettar lagrime di dolore considerando limminente ruina di quella santa Basilica che per tanti secoli era stata la gloria maggiore della Patria nostra. Di quella chiesa resta giusto la colonna, recintata e dimenticata, pochi metri allesterno del Patrimonio dellumanit.



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