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Un rinascimento per lEuropa inaridita
Salvatore Settis
FQ, 26 luglio 2017


Nella sola Italia contiamo etruschi e greci, fenici e celti, sardi e italici, romani e liguri, longobardi e arabi, francesi e catalani, slavi e veneti, austriaci e spagnoli, pagani e cristiani, musulmani, ebrei La nostra sfida

LEuropa sta cercando la propria anima, e non sa bene dove trovarla. Ha senso girare la domanda a chi pratica le scienze storiche? Dipende. Troppo spesso gli intellettuali sbandierano slogan improbabili, come la pretesa continuit della storia europea da Omero ai nostri giorni; troppo spesso la retorica corrente fa leva su parole logore e vacue come radici o identit.

Alla base di queste prediche a vuoto c un colossale equivoco, lidea che unimmagine monolitica dellEuropa sempre uguale a se stessa la rafforzi sulla scena globale del mondo di

oggi. vero il contrario: per secoli abbiamo coltivato unidea di Europa eterna e immutabile, bandiera di un eurocentrismo che rivendicando la superiorit su ogni altra civilt mirasse a legittimare ieri il pi brutale colonialismo, oggi legemonia dellOccidente. Quel tempo finito per sempre, quellidea di Europa ha generato formidabili anticorpi che lhanno ridotta in polvere. Per non dire delle radici cristiane, formula che vuol chiudere lEuropa entro un muro. Ma se neghiamo tali artificiose continuit, che cosa resta dellEuropa?

Un netto bivio tra continuit e discontinuit non ha senso. Nel cuore della miglior tradizione europea non c nessuna millanteria delle origini, c la ricerca della verit, lincessante indagine conoscitiva. C il dubbio, lideale socratico della vita esaminata (al fine di intendere da quali motivazioni sia mosso il nostro agire), ed da questo cuore che partono le istanze di dignit umana e di giustizia che percorrono la storia europea. Perci dobbiamo concentrare lo sguardo sui termini di passaggio, sulle fratture interne alla storia dEuropa. Fratture che sono anche cerniere, ponti di comunicazione fra culture diverse. Leggere la storia culturale europea come perpetuo alternarsi di continuit e discontinuit, mescolarsi di civilt, lingue, religioni. Incontri e scontri, anche violenti, che hanno costruito nei secoli il nostro Dna. Il suo vanto non nella radice unica, ma nella sua ramificatissima, feconda pluralit. Nella sola Italia contiamo etruschi e greci, fenici e celti, sardi e italici, romani e liguri, longobardi e arabi, francesi e catalani, slavi e veneti, austriaci e spagnoli, pagani e cristiani, musulmani, ebrei. E molto altro ancora. nelle pieghe, nelle suture e nei conflitti fra luna e laltra di queste componenti che dobbiamo cercare unidea di Europa che sia vincente sulla scena globale del mondo.

Due concetti-chiave della storia culturale europea, quello di classico e quello di Rinascimento, mostrano quanto essa sia ricca e feconda, se solo rinuncia a una concezione angustamente identitaria. Il Rinascimento fu lo sforzo di far rinascere lantichit classica, cio di sanare una ferita, di gettare un ponte su una discontinuit. Ma di rinascimenti ce n stato solo uno, o tanti? Le molte rinascenze al tempo di Carlo Magno o di Federico II, a Reims o a Padova o a Bisanzio, rivelano una sequenza segmentata e sofferta, non una pacifica continuit. Ed possibile, anzi necessario, chiederci se altre civilt lontane dallEuropa non abbiano avuto un qualche loro rinascimento (lo ha fatto un grande antropologo, Jack Goody, nel suo Rinascimenti: uno o molti?, pubblicato in Italia da Donzelli). Quanto alla classicit greco-romana, essa non coincide affatto con lEuropa, anzi il suo spazio culturale ha avuto un orizzonte mediterraneo, esteso verso Sud e verso Oriente pi che verso Nord. La stessa categoria di classico ha un ambito di applicazione enormemente pi vasto dellEuropa, perch si presta a orientare lo sguardo e i comportamenti, a costruire sistemi di valori, gerarchie, preferenze, gusti, anche nella cultura araba, cinese, persiana, indiana.

Dobbiamo ripensare la classicit greco-romana attraverso il filtro di unassidua comparazione con elaborazioni culturali affini, anche in orizzonti assai lontani dallEuropa. Non dobbiamo considerare i nostri Antichi come provvidenzialmente identici a noi stessi, ma anzi riconoscere la loro radicale alterit; e quando vi troviamo frammenti di unidentit che ancora la nostra (per esempio in una moltitudine di parole greche, da nostalgia a democrazia), dobbiamo guardarle pi da vicino : quanto diversa dalla nostra la democrazia ateniese, dove le donne non votavano e non si metteva in discussione la schiavit! Eppure, abbiamo ancora molto da imparare dallidea di cittadinanza come fu elaborata nella polis antica. Se consideriamo il classico come spola tra lidentico e il diverso, come esercizio della mente e della moralit che ci spinge al confronto con altre culture, anche la civilt greco-romana potr valere come chiave daccesso alla molteplicit culturale del mondo contemporaneo: una piattaforma conoscitiva efficace solo se spogliata di ogni pretesa di unicit, e fecondata dalla comparazione.

Ogni tempo ha la sua Europa. Ma lEuropa di oggi conserva limpulso a cercare la verit delle cose, la memoria di s che induca al confronto, lincessante interrogarsi sulla natura della nostra memoria culturale? C da dubitarne. Nelle istituzioni europee non regna la cultura, non regna il dubbio, non regna la dignit umana n la giustizia sociale. Regna un riduzionismo tecnocratico, di natura sostanzialmente autoritaria e antidemocratica, secondo cui al mercato, e ad esso solo, spetta regolare la societ in tutti i suoi aspetti. Sembra esaurito il notevolissimo impulso ideale che fra le rovine della seconda guerra mondiale innesc il processo che avrebbe portato alla nascita dellUnione Europea. Essa avrebbe dovuto partire dalla coscienza di s per costruire un modello di convivenza che segnasse un suo nuovo ruolo nel mondo. Quegli ideali si sono inariditi, e lEuropa a cui si pensa oggi non quella dei suoi cittadini, della sua storia, della sua cultura, ma quella dei Trattati, dove il ruolo della memoria storica marginale, come lo lequit sociale; lEuropa dei mercati, prona a una logica di globalizzazione che implica la metamorfosi del cittadino in consumatore. In un tal contesto non vi sar mai un vero patriottismo europeo: perch la patria ha unanima, il mercato no. Rispetto allEuropa dei mercati, lEuropa della cultura (per usare una metafora cara a Benjamin) come il mendicante che bussa alla porta. Avr con s un messaggio, o forse addirittura lanima dellEuropa che andiamo cercando? Non lo sapremo mai, se quella porta non verr aperta. Ma perch si apra, dobbiamo bussare pi forte, dobbiamo alzare la voce.



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