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Dieci anni di ritardo sul Nord, perch il Sud cresce (poco) e alla velocit di un bradipo
di Alessandro Cannavale
IL FATTO QUOTIDIANO | 31 luglio 2017

Secondo le recentissime anticipazioni Svimez, il Sud consolida la timida crescita ma con un ritmo da bradipo, col quale potrebbe recuperare i livelli degli anni precedenti alla crisi solo dieci anni dopo il Centro-Nord. Tutto bene? Direi per niente. Lo scorso anno aveva evidenziato la cosiddetta resilienza del Sud, mostrando come, nonostante anni di politiche del disimpegno al Sud, appena arrivi qualche investimento la sua economia riesce a rimettersi in cammino. Trascinando tutto il paese con s. Cosa alquanto lapalissiana, visto che il Sud un grande mercato di sbocco interno per le aziende del Nord.

Dalle anticipazioni del Rapporto Svimez: Per quanto riguarda i settori, lelemento maggiormente positivo del 2016 senza dubbio la ripartenza del settore industriale meridionale: del resto, pensare di affidare la ripresa di un processo di sviluppo del Sud, come avvenuto nel 2015, allagricoltura e al turismo che pure presentano nellarea, specialmente in una logica industriale, ancora ampie potenzialit inespresse alquanto illusorio. Secondo Svimez una leva di forte attrazione di investimenti esterni potrebbe esser rappresentata dalle Zone economiche speciali.

Nel frattempo, i numeri restano impietosi, a dispetto delle edulcorazioni istituzionali e mediatiche: gli occupati sono 380mila in meno rispetto al 2008, ossia inizio crisi. Resta forte lestromissione dei giovani dalloccupazione, favorita dal fatto che siamo un paese in cui i lavoratori anziani sono ipertutelati e i giovani sono esclusi da ogni forma di tutela. Un mondo che chi scrive conosce fin troppo bene, fatto di dualismi ripugnanti che stanno facendo soccombere le nuove generazioni e tolgono fiato al paese tutto. In una nazione seria sarebbe uno scandalo che i padri tolgano il futuro ai figli. Non in questo.

Un articolo molto interessante di Salvatore Settis su Il Fatto Quotidiano del 30 luglio riporta due dati importantissimi: secondo la relazione annuale dellAgenzia per la Coesione territoriale, il pi grande disinvestimento nazionale negli anni 2000 nel nostro paese sarebbe quello nella cultura. Il modo migliore per migliorare il paese in termini di capitale sociale e fronteggiare lespansione delle mafie, no? Pi di noi investono quasi tutti i paesi europei.

Settis ci spiega anche che il problema non solo limitato agli investimenti in cultura: il divario ormai radicato riguarda la disparit strutturale di dotazioni effettive e servizi nel Mezzogiorno: i treni sono pi vecchi e pi lenti, la rete ad alta velocit costituisce solo il 5.6% della rete complessiva, [] la distribuzione dellacqua irregolare per il 18.3 % della famiglie a fronte del 4.9% del Centro-Nord, i Comuni che dispongono di strutture per linfanzia sono meno della met che nel Centro-Nord. Con questa arretratezza di contesto, scriveva giorni fa il Prof. Gianfranco Viesti, si rischia concretamente di vanificare anche i provvedimenti presi nellambito del Decreto Mezzogiorno.

La nostra Costituzione, lo ricordiamo, allarticolo 3 impone questo: E compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libert e leguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e leffettiva partecipazione di tutti i lavoratori allorganizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Cosa dovrebbe fare la politica, per rimuovere questi ostacoli dello scandalo? La risposta ovvia fa riscontro a questa dura realt fattuale: Ancor pi drammatico il generale declino di ogni investimento nel Mezzogiorno, qui analizzato nella sequenza cronologica 1951-2015. I dati di spesa non lasciano spazio al dubbio: dallo 0.68% del Pil nel decennio 1951-60 si passa allo 0.85% negli anni Settanta, fino al crollo nel quinquennio 2011-2015, quando gli investimenti calano allo 0.15%. Arrivando a toccare il fondo con lo 0.1%. Questo si chiama disimpegno.

E le disuguaglianze? E la Costituzione?



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