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LE SFIDE DI UNA CAPITALE DELLA CULTURA
GABRIELLA DE MARCO*
05 agosto 2017 la Repubblica


QUALCHE riflessione sollecitata dall'intervento di Roberto Alajmo su Palermo capitale della cultura 2018 pubblicato sul Corriere della sera del 22 luglio, in occasione del recente via libera del Consiglio dei ministri che ha ratificato la designazione, dello scorso gennaio, del capoluogo siciliano. Un'opportunit importante per la citt e per l'Isola, osservava il direttore del Teatro Biondo, che rischia tuttavia, come gi altre volte in passato, di trasformarsi in una formula astratta, di divenire una scatola vuota se non un'ennesima occasione mancata. Una preoccupazione legittima, quella espressa da Alajmo, che condivido e a cui mi allaccio per ulteriori considerazioni.

Sebbene, infatti, sia guardinga nei confronti di quelli che si definiscono come grandi eventi quali, ad esempio, le esposizioni universali, le Olimpiadi e altre manifestazioni simili, perch tenacemente diffidente sulle ragioni che li muovono, ovvero le presunte ricadute economiche sulle citt e sulle nazioni ospitanti, ho accolto con soddisfazione, nei mesi scorsi, la notizia relativa all'elezione della citt come capitale della cultura del 2018. Ci proprio alla luce delle motivazioni che ne hanno indirizzato la scelta.

Mi ha colpito, in particolare, il riconoscimento del progetto definito come originale, di respiro umanitario e fortemente orientato all'inclusione, alla formazione permanente di un senso di creativit e cittadinanza.

Bene ha fatto, dunque, la giuria a voler premiare, anche, la componente etica insita nel progetto palermitano e che sempre pi, mia convinzione, deve orientare la cultura e con essa il bene comune.

Occorre, dunque, per evitare di imbrigliarsi in discussioni poco costruttive, ripartire proprio da quel senso di inclusione e cittadinanza senza il quale, indipendentemente dalla qualit e dal valore scientifico e culturale delle singole proposte, si genera solo autoreferenzialit.

Non quindi soltanto o non pi, considerate le emergenze e non ultime quelle ambientali, una questione inerente l'offerta culturale che, certo, dovr essere originale e corposa, quanto in gioco la capacit di elaborare un progetto che, insistendo sulla centralit del cittadino, sia in grado di scommettere sul futuro di Palermo.

Bene dunque, a riguardo, la coincidenza, in un auspicabile gioco di rimandi, con "Manifesta", ritenuta tra le pi accreditate esposizioni internazionali di arte contemporanea, la cui vocazione nomade centrata, sin dalla nascita, sulla partecipazione della popolazione. Tuttavia, in questi anni sempre pi necessario, proprio in virt di quella centralit cui accennavo, che la cultura, particolarmente quando a farsene carico sono le istituzioni pubbliche, non abdichi al valore etico recuperando, cos, una funzione sociale e comunitaria.

Mi appare perci sempre pi urgente, confortata anche dalle motivazioni alla base della scelta del progetto palermitano e che, opportunamente, insistono sul valore della tutela del patrimonio culturale, la necessit di ragionare, e non in senso astratto, sull'ambiente, sul rapporto natura-cultura, sull'importanza della salvaguardia del territorio, sullo smaltimento dei rifiuti che pu divenire, su modello di altri Paesi europei, momento di progettazione urbanistica, architettonica, artistica e di inclusione sociale.

necessario soffermarsi, dunque, su quell'insieme di aspetti che riguardano il paesaggio, la citt, la campagna, i confini, l'architettura, l'arte, la lingua, l'alimentazione, l'ambiente, l'urbanistica, la botanica, la geologia, il diritto, la salute, l'economia, la storia economica, le tecniche di costruzione e molti altri campi del sapere che probabilmente mi sfuggono e che costantemente, in una sorta di sfida continua, vanno governati dalle istituzioni e impostati mediante il conseguimento di quel delicato equilibrio tra i principi di interesse generale e le regole, se non del singolo, della comunit.

La tutela del territorio, dell'ambiente, del paesaggio non solo un inno alla bellezza della Penisola ma, al di l dei pur importanti aspetti estetici e storiografici, attenzione e salvaguardia della salute del cittadino.

Ci richiede da parte sia degli amministratori sia degli addetti ai lavori quello sguardo dall'alto, quella visione d'insieme, quella capacit di ripensare le categorie interpretative di cui ha scritto di recente Salvatore Settis in "Architettura e democrazia. Paesaggio, citt, diritti civili" (Einaudi, 2017).

Questo proprio perch la salvaguardia della tradizione e non del folclore, la messa in sicurezza del territorio e di chi lo abita, la trasmissione della memoria identitaria sono alla base, in concerto con l'irrinunciabile e avvincente innovazione tecnologica, del diritto alla salute, al lavoro, alla cultura, alla civilt e alla dignit degli spazi. Presupposti ineludibili di ogni democrazia.

*L'autrice ordinario di Storia dell'arte contemporanea all'Universit di Palermo




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