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URBANISTICA - Se la citt smarrisce la sua identit
di Ugo Tonietti
9 SETTEMBRE 2017 - LEFT

Architetture millenarie, da sempre in grado di accogliere lessere umano e farlo sentire a casa: sono la cifra dellinvenzione pi longeva, la polis. Che oggi in piena crisi, allontana i cittadini pi fragili e non consumatori e si aggrappa al turismo di bassa qualit


Forse siamo gi nella fase terminale, troppi e sempre pi frequenti i sintomi di una malattia devastante che sta minando identit, vitalit e senso di una delle creazioni umane pi felici e riuscite: la citt.
Probabilmente non ci fu neppure lidea, la citt si svilupp da sola perch gruppi di persone, prima isolati in villaggi e insediamenti rurali sentirono lesigenza di trovare un luogo dove stare vicini, comporre mestieri e attivit, rendere pi efficace e fruttifero lo scambio non solo di merci, ma quello tanto pi esplosivo delle idee, dei pensieri, delle culture. I cacciatori-raccoglitori nomadi dellet neolitica antica gi ne avevano sentito la necessit: essi si davano appuntamenti periodici in luoghi favoriti dal clima e dalle fioriture selvatiche per cementare conoscenze e favorire relazioni: la collina di Gbekli Tepe in Anatolia un sito archeologico che testimonia di questa incredibile usanza, il cui cuore un sistema monumentale di megaliti finemente scolpiti a celebrazione di quel magico appuntamento assembleare.
La citt il luogo delle diversit e degli incroci, delle ibridazioni e delle sorprese. Babele di lingue e di costumi sono le prime indimenticabili citt: Uruk, Babilonia, Damasco, Gerico, Aleppo , qui si sviluppa, con una accelerazione prima impensabile, la civilt umana, nellarte, nelle scienze, nella politica. Perch, come avviene per gli intrecci delle nostre sinapsi, solo la trama fittissima, indecifrabile e casuale degli individui, dei dialetti, delle abilit, delle aspirazioni crea quella miscela dirompente che sar madre di innovazione e di mutamento. Vorrei essere chiaro: larchitettura, la forma, la bellezza delle citt la materializzazione e la rappresentazione di qualcosa di vitale e di splendido che c prima e che appartiene alla societ degli uomini, che caratterizza la societ degli uomini.
Sottolineo questo aspetto (in fin dei conti ovvio) perch non si d citt che possa rinunciare a questo contenuto e rimanere s stessa. Si tratta di un movimento profondo, immateriale e impalpabile come la vita. Per capirsi: Marrakech prima di tutto la piazza Jamaa el Fna, patrimonio dellumanit per le attivit che vi si svolgono (per il resto sarebbe semplicemente un enorme spiazzo privo di originalit). Cos se togliamo alla citt vecchia di Aleppo il suk togliamo tutto, se allontaniamo (come si sta facendo) dalla spianata delle moschee di Gerusalemme i pellegrini delle tre religioni perdiamo tutto. vero che alcuni monumenti sono opere darte di per s, e le pietre e i mattoni vibrano di uneco misteriosa (che per rinvia sempre allingegno, al talento alla fantasia di chi li ha creati). Ma la citt no, la citt non pu ridursi a simulacro. La citt deve essere attenta ai suoi abitanti, deve accogliere, sostenere, proteggere le esigenze e le molteplici attivit dei suoi cittadini e dei suoi ospiti, di tutti loro. Non facile rendersi conto di come ci appaia ovvio un fatto incomprensibile: siamo capaci di vivere perfettamente in architetture e spazi e tessuti edificati che sono nati millenni fa e si sono sviluppati come organismi nel corso del tempo, mentre tutto negli usi della vita quotidiana cambiato radicalmente. Le citt, come il paesaggio, sono il deposito della nostra identit (nel bene e nel male) e sono lesito tangibile dellinsieme delle persone che le hanno plasmate, modificate, talvolta offese, vivendoci. Ma oggi questo delicato, ed instabile, equilibrio sta sgretolandosi perch si pensa di poter distinguere la citt costruita dai cittadini-abitanti usando la prima come sordo recipiente su cui imbastire politiche finanziarie e allontanando i secondi come scomodi intrusi. Le citt odierne odiano le persone. Se ci vogliamo concentrare sulle grandi citt, e le cosiddette citt darte, questo aspetto particolarmente evidente. Mi soffermo su tre componenti umane destinatarie allo stesso tempo di questa pulsione omicida: gli stranieri disperati, i turisti, i residenti.
Ogni giorno leggiamo di gruppi di profughi o migranti cacciati da un palazzo abbandonato o espulsi dai miserevoli ricettacoli dove cercano di sopravvivere; la nostra colta comunit urbana non riesce a pensare una strategia di accoglienza intelligente perch da tempo ha smesso di pensare alcunch e perch ha smarrito il significato fecondo della coesistenza umana. Pu apparire un paradosso ma c una stretta somiglianza tra il trattamento riservato agli stranieri in fuga dalla fame e dalle guerre e quello con cui accogliamo gli stranieri in veste di turisti. Con la sola differenza che dei secondi abbiamo bisogno. Ma non esiste una strategia mirata a governare i flussi ormai impressionanti di visitatori e capace di immaginare una convivenza tra questi e i residenti. Abito a Firenze e, confesso, da privilegiato posso spostarmi in bicicletta per raggiungere luniversit dove lavoro. Ogni giorno passavo a fianco del battistero di S. Giovanni e sotto limponente cupola brunelleschiana (structura si grande, erta sopra e cieli, ampla da coprire chon sua ombra tutti e popoli toscani recita L.B. Alberti anticipando lidea che unarchitettura possa rappresentare una intera popolazione), incapace di evitare il consueto soprassalto emotivo; ma da molti mesi non posso pi permettermelo. La piazza con due tra i pi importanti monumenti fiorentini, espressione di una storica e vivida intraprendenza, fa parte di quel triangolo delle bermude (che ha per vertici S. Croce, Duomo e palazzo Pitti) dove meglio non addentrarsi. Questo pezzo di citt, il suo nucleo pi antico e ricco, non terra per i suoi abitanti; e non a caso si allontanata la tramvia che avrebbe potuto portarceli. Il cosiddetto centro percorso da una massa di intrepidi visitatori con il naso allins con i quali non prevista convivenza possibile.
Oggi le pi belle piazze del centro storico (penso a piazza Ognissanti, un palcoscenico sullArno che sembra predisposta per un set cinematografico e che nasconde nellomonima chiesa opere di Giotto, Botticelli e Ghirlandaio), inibite saggiamente alla circolazione automobilistica, sono occupate stabilmente da decine e decine di neri, oscuri, ostili furgoni Ncc destinati ai pi ricchi utenti degli alberghi.
Gentrificazione si dice quando in atto la sostituzione, indotta da speculazioni economiche, di un ceto popolare con nuovi residenti pi abbienti. Ma qui non si d nessuna gentrification, qui semplicemente si fatto di tutto per allontanare il popolo residente e operante cos da liberare la citt per la rendita e metterla tutta in vendita.
Ma in questo modo la citt non c pi perch non c un soggetto che la renda viva e vitale: e quelle stesse architetture che lhanno resa celebre si scoloriscono nel tripudio degli ultimi selfie.
Se oggi dovessimo pensare ad unarchitettura che rappresenta la vita del centro cittadino questa sarebbe fatta di capannoni per outlet. E fa pena osservare le infinite code, colme di bambini e anziani, che si creano per salire sulla cupola o vedere il David (ma chi il David contemporaneo? solo i veri, puliti, ribelli, come le Malala, le Lelti o le coraggiose Ong, sono allaltezza del ruolo!) esposte al sole o alla pioggia come se niente fosse. Perch non progettare strutture temporanee che diano ombra e riposo, perch non pensare agli amici alberi, anche per piazze importanti come Pitti, la cui pungente, dura e incolore soluzione pavimentale rispetter astratti criteri buoni per i quadri (principio del color neutro) ma offende le delicate membra delle ardite ma esauste turiste che vi si appoggiano?
Poi, per completare il quadro del sadismo, si usano gli idranti per impedire ai ragazzi di riposarsi sui sagrati. Non si giunge alla cattiveria delle panchine con i chiodi, di ispirazione leghista, ma qui non v pi civilt. So che pu apparire scandaloso ma ci vedo la stessa cecit umana adottata nei confronti dei migranti. Cosa manca? Manca lidentit, non sappiamo pi chi siamo. La citt, quella espressione della collettivit, dellibridazione, dei poveri e dei ricchi, dei mestieri e degli abitanti, stata violentata; stiamo scomponendo la societ in segmenti, nutrendo il mostro delle identit separate, impaurite dalle diversit, avamposto di ogni fascismo.





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