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Marini etrusco per sempre
di Fabrizio D\'Amico
15 ottobre 2017 LA REPUBBLICA



Marino Marini (1901-1980) è stato per lunghi anni lo scultore italiano contemporaneo più amato e ricercato, ma a tutt'oggi non ha avuto quell'attenzione degli studi che merita. Un passo importante in questa direzione nell'attesa di un nuovo catalogo generale è oggi costituito dalla ampia mostra, a cura di Barbara Cinelli e Flavio Fergonzi, "Passioni visive", promossa dalla Fondazione Marini e dal comune di Pistoia (aperta a palazzo Fabroni fino al 7 gennaio, e poi alla Fondazione Guggenheim di Venezia dal 27 gennaio al primo maggio 2018; catalogo Silvana Editoriale).

Furono dapprima ritratti e busti, poi le Pomone e altri nudi a occuparne la fantasia: ispirati all'arte egizia, greca, o a quella degli etruschi, un popolo allora quasi mitico cui egli si sentì in specie legato (e in mostra, a Pistoia, esempi dell'arte di quelle civiltà certificano le suggestioni dei suoi anni Trenta). Dopo la guerra, poi, venne un tempo "dilaniato" dal dissidio fra astratto e figurativo; furono diatribe dalle quali Marino riuscì a tenersi lontano. Contò per lui invece, allora, il successo oltreoceano: dove fu, assieme ad Afro, il primo artista italiano ad acquisire un credito non effimero, grazie soprattutto all'entusiastica adesione che diede alla sua arte un mercante tedesco espatriato a New York, Curt Valentin. Di Marino a sedurlo fu in particolare quel suo restar fedele a una forma di classicità "moderna", scevra di retorica, ma aliena dalle tentazioni dell'avanguardia.

Proprio in grazie dell'attenzione del collezionismo americano, la fortuna di Marino ebbe un immediato incremento, confermato nel '49 dall'acquisto che Peggy Guggenheim gli fece d'una versione maggiore della figura dell'uomo a cavallo battezzato poi l'Angelo della città, che fu collocato come a guardia del giardino della residenza di palazzo Venier dei Leoni a Venezia. Quell'anno altra tappa fondamentale per la diffusione internazionale dell'arte italiana fu la mostra "Twentieth Century Italian Art", organizzata da James T. Soby al MoMA di New York. Marino presentò tra l'altro la doppia figura del cavallo e cavaliere, forse la sua invenzione poi più spesso ribadita (tant'è che le sono dedicate più sezioni della mostra odierna), certo la più integralmente sua: figura che egli aveva immaginato la prima volta sulla metà degli anni Trenta, e che in seguito proseguì con sempre nuova intensità sino, almeno, alla fine degli anni Cinquanta. S'ispirò per essa a memorie diversissime, provenienti da secoli fra loro lontani: dal XIII, del medioevale Cavaliere di pietra della cattedrale di Bamberga al Rinascimento fiorentino della Battaglia di San Romano di Paolo Uccello; dalla ceramica cinese della dinastia Tang al cavallo picassiano di Guernica; ma, infine, tutte quelle fonti, divengono ora attualissime testimoni "del timore e del disorientamento del semplice uomo moderno, sotto un cielo di guerra mondiale, solo e nudo sul suo cavallo angosciato" (Soby).

L'immagine gli uscì sempre più drammatica: scritta, nei disegni come nel gesso o nel bronzo, con un segno parco, scabro, aspro; ormai da dire pienamente espressionista, e a un solo passo da una determinazione astratta, pienamente attinta dai Miracoli successivi. Dinnanzi a questa nuova maniera di Marino, lo storico Christian Zervos poteva allora dirlo "vero artista", che aveva saputo andar oltre quella fin caotica devozione a una scultura variamente "classica"; oltre, cioè, quel modo di "composito ed eclettico primitivismo" che ne aveva caratterizzato la ricerca giovanile, secondo quanto scrive nel catalogo Vincenzo Farinella.

"Così facendo Marino ha chiuso un cerchio, ha saldato un debito, lasciando definitivamente quelle sale dei musei che tanto a lungo e con tanta passione aveva frequentato".






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