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Banca Intesa cala un poker di quadri nel suo santuario
TERESA MONESTIROLI
10 novembre 2017 LA REPUBBLICA

NONOSTANTE la posizione centralissima, a due passi da piazza Scala, in pochi la conoscono, messa in ombra dall'imponente facciata della Ca' de Sass. Ancora meno sono quelli che approfittano dell'apertura (tutti i giorni dalle 7,15 alle 18) per curiosare in quello che la storia dell'arte ha definito il capolavoro dell'architetto Francesco Maria Richini.

Eppure il Santuario di San Giuseppe di via Verdi è un piccolo gioiello da scoprire, non solo perché segna l'inizio del barocco a Milano, ma perché nasconde una storia curiosa: da quasi 150 anni è proprietà di una banca, prima la Cariplo, oggi Intesa Sanpaolo, e nel 1931, in un accordo fra Curia e Cassa di risparmio delle province lombarde, ricevette dal cardinale Schuster il riconoscimento come luogo di culto e il titolo di santuario.

Ad accendere i riflettori su una chiesa che stava scivolando nell'oblio sono i restauri, quasi terminati, dei quattro grandi dipinti seicenteschi e degli altari lignei che li sostengono, offuscati da una patina di sporco atmosferico che grazie all'attento lavoro di Carlotta Beccaria e Paola Strada sono tornati a splendere: lo Sposalizio della Vergine del Ceranino, pala d'altare grande 20 metri quadrati e lavorata in un cantiere allestito direttamente all'interno della chiesa perché era impossibile trasportarla; la Predica di San Giovanni Battista

del Montalto e la Fuga in Egitto di Andrea Lanzani invece sono trasferiti in laboratorio. Resta da concludere lo splendido dipinto di Giulio Cesare Procaccini Agonia di San Giuseppe, anche questo restaurato sul posto per via delle dimensioni, il primo quadro realizzato per il santuario nel Seicento, di cui però si hanno pochissime informazioni. Dovrebbe datare fra il 1620 e il 1625, negli ultimi anni di vita dell'artista, tra i maggiori pittori attivi a Milano nei primi decenni del XVII secolo. Un'opera che Procaccini volle chiaramente legare alla storia della città inserendo le figure di Sant'Ambrogio e San Carlo Borromeo al capezzale di Giuseppe, accanto a Maria.

Al di là dei dipinti e dell'edificio, costruito su un cinquecentesco Luogo Pio dedicato a San Giuseppe e consacrato nel 1616 da Federico Borromeo, è curiosa la storia del santuario. Di proprietà della Congregazione di carità dei luoghi pii elemosinieri, è passato nelle mani della Cariplo nel 1878 - l'atto notarile è conservato nell'archivio storico di Intesa Sanpaolo insieme al terreno su cui fu edificata la Ca' de Sass, con l'impegno di mantenere attiva la chiesa. Rimase all'istituto bancario fino al 1990, quando la fusione con il Banco Ambrosiano diede vita a Banca Intesa. Il patrimonio artistico di Cariplo restò di proprietà di Fondazione Cariplo racconta Giuseppe Guzzetti, presidente della fondazione , ma nel passaggio i vertici di allora decisero che il santuario doveva rimanere di proprietà della banca, cui era strettamente legato come luogo di culto frequentato da molti dei dipendenti . Tra essi Giovanni Bazzoli, presidente emerito di Intesa Sanpaolo, che racconta: Mi è capitato di venire spesso a San Giuseppe quando abitavo non lontano dalla sede di Intesa e con rammarico vedevo che era frequentata soltanto da turisti stranieri, mai da milanesi. Spero che questo restauro, che Intesa Sanpaolo ha sostenuto, aiuti a far conoscere il santuario e gli importanti esempi di pittura milanese del Seicento che contiene, testimoni di una florida stagione artistica che sarà protagonista della prossima mostra alle Gallerie d'Italia, "L'ultimo Caravaggio".



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