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Il genio di Winckelmann che ha svelato la bellezza del classico nella Roma del '700
Arianna Di Cori
07 dicembre 2017 LA REPUBBLICA



Fu il primo a mettere in discussione che il "gladiatore moribondo", riverso a terra in posa dolente accanto a una spada sguainata, non fosse un gladiatore. Ipotizzò si trattasse di un araldo. Si sbagliava: solo successivamente si sarebbe riconosciuto nella statua marmorea (il "Galata morente" conservato a Palazzo Nuovo) una copia di un bronzo ellenistico del 230-220 a.C.. Ma poco importa ai fini della storia. Quel che conta, e che viene celebrato nella mostra che oggi inaugura ai Musei Capitolini, è la rivoluzione nella percezione dell'antichità di cui fu artefice Johann Joachim Winckelmann, del quale l'anno prossimo ricorrono i 300 anni dalla nascita e i 250 dalla morte.

Uno dei padri fondatori dell'archeologia moderna, lo studioso tedesco di umili origini (Stendal, 1718 Trieste 1768), avrebbe creato, o meglio ricreato, i contenuti fondamentali del Neoclassicismo che avrebbero poi visto in Canova la massima espressione.

A Winckelmann si deve la nascita del metodo di valutazione cronologica e stilistica delle opere basato sull'osservazione diretta dei manufatti e la lettura delle fonti letterarie. Qualcosa che prima del suo viaggio a Roma, dove giunse il 18 settembre 1755, non esisteva: l'arte antica decorava caoticamente le case dei più abbienti. Luogo d'elezione dello storico fu proprio il Palazzo Nuovo, dal 1735 primo museo pubblico d'Europa. Un modello dove si poteva coltivare il rapporto con l'antico in assoluta libertà, "von Morgen bis in den Abend" (dalla mattina alla sera).

Prendendo in prestito le parole dello stesso Winckelmann, la mostra "Il Tesoro di Antichità", porta il visitatore in un viaggio attraverso tutti gli ambienti dei Musei, vero cuore della cultura e del turismo di Roma, in tutte le sue accezioni come spiega il sovrintendente capitolino Claudio Parisi Presicce, curatore insieme a Eloisa Dodero i Musei, con la pinacoteca e la scuola del nudo aperta a tutti, erano il luogo che promuoveva lo splendore di Roma, in un costante confronto tra passato e presente. Divisa in due sezioni nelle sale Caffarelli di palazzo dei Conservatori e in palazzo Nuovo attraverso 124 opere tra cui alcuni importanti prestiti, come la vasca su tripode, già ai Capitolini fino al 1794, quando venne portata a Parigi da Napoleone, la mostra racconta da un lato la storia dei musei (che devono la prima importante acquisizione, quella della collezione di sculture antiche Albani, allo scandalo nel 1727 della vendita di 30 statue della stessa da parte del proprietario, il cardinale Albani, gravato da debiti di gioco: la decisione di acquistarla fu proprio per evitare future perdite), dall'altro la "visione Winckelmann".

Arricchiti da didascalie, che spiegano le sue intuizioni a tratti geniali, gli allestimenti restituiscono sculture oggi conservate nei depositi dei Musei Capitolini e della Centrale Montemartini, per un'immersione in quella realtà settecentesca di cui si innamorò il tedesco, sedotto dalla magnificenza di una città della quale i romani sono troppo spesso (da sempre) assuefatti.




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