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Andrea Chénier il rivoluzionario
Natalia Aspesi
07 dicembre 2017 LA REPUBBLICA



In una Milano miracolata, ogni giorno più cosmopolita, anche la famosa inaugurazione annuale della stagione scaligera, che nel tempo ne ha viste di tutti i colori dalle uova marce sui cincillà a, per una sola volta, un premier Berlusconi intrappolato in una noiosissima "Europa rivisitata" è tumultuosamente attesa questa sera come indimenticabile (almeno così si prefiggono il sovrintendente Alexander Pereira e i suoi augusti collaboratori). Si tratta di un Andrea Chénier, nel centocinquantenario della nascita di Umberto Giordano, talmente magnificata da settimane in ogni possibile luogo, dalla Fondazione Feltrinelli alle vetrine della Rinascente, che pare di averla già vista. La dirige Riccardo Chailly che è anche l'ultimo ad averla portata alla Scala 32 ani fa, la regia è di Mario Martone, geniale regista affezionato per sue passioni fine Settecento alla ghigliottina, nel senso che dove è possibile la mette, come nella Morte di Danton a teatro o in Noi credevamo al cinema e naturalmente qui, alla fine, quando la contessina Maddalena e il poeta Andrea salgono abbracciati sulla ferale carretta cantando lieti "La nostra morte vicino a te s'acqueta!".

I melomani già rabbrividiscono d'amore in attesa di ascoltare la diva del momento, il bel soprano russo Anna Netrebko (anche Callas e Tebaldi furono celebrate contessine Maddalena) e di sfiducia verso il tenore azero Yusif Eyvazov, il cui torto pare essere soprattutto l'aver sposato quella diva, da lui comunque amatissima (Gigli, Del Monaco e Carreras furono intrepidi Chénier): lui stesso, di buon carattere, si aspetta i fischi del loggione. Il cattivo per amore più che per la rivoluzione Gérard, è l'apprezzato baritono Luca Salsi.

Umberto Giordano, arrivato da Foggia a Milano, aveva 29 anni quando alla Scala, nel 1896, fu data con fragoroso successo la prima rappresentazione del suo Andrea Chénier, accolto poi con grande favore ovunque; l'aveva dedicato a Olga Spatz, sua futura moglie e figlia del proprietario del Grand Hotel et de Milan, dove abitava l'anziano Giuseppe Verdi. Erano quelli, anni difficili per l'Italia: scioperi, disoccupazione, scandali bancari, e qualche anno prima l'inchiesta del senatore Jacini aveva rivelato lo stato delle campagne, dei contadini schiacciati da miseria, fame, analfabetismo, pellagra. Milano era la capitale del radicalismo italiano e Luigi Illica, socialista, aveva scelto di raccontare la Rivoluzione francese come un dramma eroico con l'immancabile storia d'amore e morte, ispirandosi al poeta e polemista d'epoca André Chénier, rivoluzionario dalla parte sbagliata, quella dei foglianti, portato al patibolo dopo il Re, la Regina, Danton e due giorni prima di Robespierre.

Gradita sorpresa per i melomani più tradizionalisti, il regista Martone, la scenografa Margherita Palli, la costumista Ursula Patzak, hanno composto uno spettacolo oggi d'avanguardia, cioè non trasformando la rivoluzione francese in quella americana, russa, cinese o galattica ma rispettando la creazione di Giordano e Illica. Non si sa se, trovandoci anche adesso in momenti di difficoltà sociale e Un momento dell'opera "Andrea Chénier" di Umberto Giordano con Anna Netrebko e Yusif Eyvazov stasera alla Scala politica come nel 1896, ci saranno troppi casini attorno al teatro, ma anche il solito antipatico e impenetrabile stato d'assedio.

Non ci saranno né il presidente della Repubblica Mattarella né il premier Gentiloni, né il tuttora presidente del Senato Piero Grasso. Ci saranno invece Dario Franceschini, per ora ministro dei Beni culturali poi si vedrà, Pier Carlo Padoan ministro dell'Economia, ma non si sa sin quando, e la botticelliana signora nella tempesta bancaria, Maria Elena Boschi, attualmente sottosegretaria alla presidenza del Consiglio, che almeno è molto carina e saranno tutti lì a fotografarla, con i cronisti a chiederle del babbo.

A pochi mesi dall'apocalisse delle prossime elezioni politiche, toccando ferro come fosse l'ultima festa, il teatro punta su un ritorno scintillante del glamour, dell'opulenza, dello sfarzo pre '68: banchieri anche uzbechi, megamagnati russi e giapponesi, amministratrici delegate molto luccicanti, star e starlette accompagnate dai loro stilisti di riferimento, potentissimi influencer della moda e, in declino gli chef, gli hair and make-up stylist diventati ospiti di riguardo: purtroppo un solo intervallo per esibirsi e criticare, tra i cimeli della mostra nel ridotto dei palchi, curata da Franco Pulcini per i cinquant'anni dalla morte di Victor de Sabata, spettegolando i più informati su Valentina Cortese, non presente, che nella sua recente autobiografia, Quanti sono i domani passati, racconta dell'infuocata passione della sua giovinezza per l'anziano direttore d'orchestra. Era vero amore, il che non contemplava molestie, mentre in questi giorni, tutti i mondi, o i potenti, sono uguali, il Metropolitan Opera House di New York ha sospeso il celebre direttore d'orchestra James Levine, accusato da tre maturi signori di averli assaliti, giovinetti, 50 anni fa. Tra gli invitati d'onore la figlia di De Sabata Eliana e la nipote Isabella, entrambe sposate, per vizio di famiglia, a direttori d'orchestra anche scaligeri, Aldo Ceccato e Sir John Eliot Gardiner.




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