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La rivincita delle muse. Storia di una parola che suonava tanto vecchia. Da essere ripescata
di Stefano Bartezzaghi
10 dicembre 2017 LA REPUBBLICA



Il museo, lui même, sarà diventato cosa da museo? Il sospetto è più che lecito, pur vivendo nell'epoca in cui la popolarità dei luoghi e delle città d'arte è arrivata a provocare gli effetti estremi dell'amore soffocante. Da ministro dei beni culturali, Alberto Ronchey faticò parecchio per rendere l'offerta commerciale dei musei pubblici all'altezza di quella dei grandi musei esteri. Infine ci riuscì ( per fortuna) e da allora, il museo non ha fatto che allontanarsi dal modello tradizionale di contenitore di opere, per assumere altre funzioni, molto variegate, che con quella di esporre i quadri hanno la stessa relazione che la musica e i quadri alle pareti hanno con una sala di ristorante. Nel frattempo l'arte contemporanea ha completamente sovvertito i canoni espositivi e abbattuto le distinzioni fra pittura, scultura, cinema, teatro, musica, letteratura, architettura, moda, design, urbanistica, paesaggio. Lo ha fatto, oltretutto, proprio a partire dalla polemica delle prime avanguardie contro il museo. Può venire quindi da chiedersi se la stessa parola " museo" non sia ormai da sostituire, poiché non corrisponde più alla cosa, o meglio al concetto originario.

Il nome "museo" è stato infatti accantonato, prima a favore di quello di "centro", magari " polivalente", di cui il prototipo è rappresentato dal Beaubourg parigino. Soprattutto nella sua incarnazione originaria, la concomitanza di istituzioni e servizi all'interno della stessa e impressionante cubatura ha come disciolto la funzione museale in un insieme di altre funzioni tanto vasto da poter trovare un carattere unitario solo nel fatto stesso che fossero, tali funzioni, tutte lì. Un "centro", dunque, per l'unità di luogo; "polivalente", per la pluralità delle istanze che ospita. Con rapidità, però, tale etichetta di "centro polivalente" ha preso una sgradevole patina grigiastra, fra il social-riformista e il burocratico. Una soluzione più recente è conservare, del museo, la sola lettera iniziale. La M è l'unico elemento che ravvicina a un museo il Mart, il Madre, il Maxxi, il Macro, il Mambo... Nomi a volte sin troppo sbarazzini con cui le relative istituzioni proclamano la propria rispettiva singolarità. Quella M sta a dire che "museo" non è più un nome comune, utile perché descrittivo, perché ormai ogni museo è un caso a sé e si designa solo tramite il nome proprio.

A ripensarci, però, il concetto davvero originario di " museo" era più vicino al Beaubourg che ai musei tradizionalmente intesi. Risaliva al periodo ellenistico, dove il Museo di Alessandria era un centro di cultura, sede di studi e discussioni e non mera esposizione di opere sorvegliate da guardiani. Nel nome traspariva l'omaggio alle Muse. Allora erano nove; la modernità si è poi incaricata di arricchirne il novero e mescolarne allegramente le rispettive mansioni. "Museo". Sarebbe oggi difficile trovare un nome più adatto di quello tradizionale, con il suo opportuno inchino alla pluralità pagana delle ispirazioni e delle espressioni.



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