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CULTURA UGUALE LAVORO: SI PUÒ
Aldo Lampani
15 gennaio 2018 LA REPUBBLICA


Cresce l'occupazione, in Italia più che altrove in Europa. Lo dice l'Istat, lo dicono le fonti statistiche continentali. Per molte fonti politiche si tratta solo di lavoro precario, che va, viene e non consente certezza alcuna per il futuro. Certo, il cambiamento in atto nel sistema globale non è certo padre di certezza lavorative. Anzi. La delocalizzazione del lavoro è oramai un dato di fatto. L'e- commerce si basa in molti casi più sul prezzo che sulla qualità. Però ogni posto di lavoro in più, anche se inizialmente a tempo determinato quando non determinatissimo, è una possibilità, quando non una opportunità, anche fosse di sola esperienza. Da qualche parte il dopo crisi deve pur ripartire per ricreare una struttura Paese nuova dove far poggiare la stabilità del lavoro. Anche perché mantenere l'Italia a questi costi (sostegno al reddito compreso) pare sia diventato un lusso eccessivo per gli italiani. Liguri ovviamente compresi. Quasi due terzi degli utili dell'impresa vanno a finanziare il sistema Paese. Il lavoro dipendente offre in olocausto alla necessità pubblica oltre cinque mesi del proprio lavoro. Partiamo dal lavoro pubblico. In Liguria lavorano, alle dipendenze di Stato ed enti pubblici, 49 mila persone. La percentuale dice che un cittadino della regione su 37 (neonati compresi) prende lo stipendio dalla Repubblica Italiana. Forse, utilizzando un settore guida dell'economia ligure come il turismo, potrebbe aiutare. "Choosy" o no, il turismo è da sempre propulsore di assunzioni a poco tempo e a pochi soldi. Ma il turismo va sostenuto, con iniziative forti e soprattutto sostenibili. E poi c'è l'arte che contempla entrambi gli aggettivi. E questo settore, che potrebbe portare non solo nuova occupazione "utile", ma saldi attivi ai conti dello Stato, rimane relegato in una posizione di sostanziale bassa incidenza per di pochissima importanza, nonostante l'enorme sviluppo del "fatturato" dei musei. Leggere i numeri aiuta. In Italia disponiamo di 4739 musei (e istituzioni similari), circa 5700 beni immobili archeologici vincolati, 46 mila beni architettonici vincolati, oltre 62mila archivi, più di 12 mila biblioteche. Confronto di numeri? Prendiamo Londra preolimpica, cioè la capitale inglese in tempi normali. L'anno scorso tra British Museum, V&A e National Gallery gli ingressi sono stati 7,3 milioni. Il solo "nucleo" Colosseo Palatino Foro Romano ne ha contati oltre i 6 milioni. Il Ministero per i beni e le attività culturali affida questo universo di cultura ha meno di 20 mila dipendenti, con un'età media di 51 anni. Tra questi si contano meno di 350 archeologi, circa 280 restauratori, circa 500 storici dell'arte. Nella media 1000 dipendenti per regione.

In sostanza un totale di addetti al patrimonio artistico più ricco del mondo che se la gioca con la somma delle sole Guardie Forestali di un paio di regioni. Ma in Italia posti di lavoro importanti nel campo dei beni culturali ce ne sarebbero moltissimi. E non (o non solo) da statali. Avrebbero un effetto volano e di trascinamento sul richiamo turistico di valore inestimabile. Uno tra gli esempi in Italia: il museo Egizio di Torino. Privatizzato nel 2006, già dal primo anno di gestione non pubblica del Museo, il numero dei visitatori era più che raddoppiato (530 mila). Nel 2016 il museo era nelle prime posizioni tra i musei più frequentati in Italia: 852 mila visitatori. Nonostante più del 50% dei visitatori di questo museo non abbia dovuto pagare o quasi il biglietto d'entrata (il prezzo è a 1 euro fino ai 18 anni e zero fino a sei), il museo è riuscito a creare importanti entrate tanto grazie a un'ampia offerta di attività educative quanto attraverso le notevoli vendite di gadget. La quota fissa annuale l'" Egizio" riceve come sovvenzione (non dallo Stato, ma da Comune e Provincia di Torino, Regione Piemonte e due Fondazioni bancarie) ammonta in totale a circa 600 mila euro annui. A conti fatti le entrate combinate generate dal Museo stesso nello scorso anno hanno coperto più dell' 80% del budget ordinario dello stesso anno (2,8 milioni). Dato in costante miglioramento. A breve sarà autonomo. Se ci si convincesse che la privatizzazione " dell'arte" si applica, come si applica, alla gestione e non alla proprietà dei beni ( che restano sempre di proprietà dello Stato) quanti posti di lavoro dignitosi e privati si potrebbero creare a supporto dell'arte stessa e del turismo di cultura? Quanto risparmierebbe lo Stato e quanto guadagnerebbe in ogni senso il territorio? La Liguria ha enormi opportunità di crescita nel settore, anche perché sfrutta ancora poco il poprio patrimonio. Qualche dato di raffronto giova. Nel 2016 (ultimi dati consolidati) il turismo dei siti museali italiani ha superato i 45,5 milioni di visitatori ( erano 38 milioni nel 2013). Una crescita esponenziale. Tra i primi trenta musei statali italiani la Liguria non ne ha alcuno. Torino tre. Se il pPemonte nel 2016 ha raccolto nei propri musei 2,5 milioni di visitatori, Genova e la Liguria ne hanno contati 206 mila. Nella classifica dei musei Statali, la Liguria è al terz'ultimo posto in Italia. Di meno fanno solo Abruzzo e Molise ed è preceduta dalla Basilicata con 235 mila visitatori. Ora che in buona sostanza, dunque e finalmente, gli enti di statistica iniziano a offrire grafici positivi nella ripresa del lavoro, bisogna darsi da fare per inventare nuovo lavoro. L'occupazione, per masse, specie sotto la Lanterna, è un dato in calo da oltre trent'anni. Ma oggi gli strumenti di legge per sostenere in maniera flessibile la ripresa pare esserci. Il " jobs act" dispone di meccanismi adatti anche ai servizi, come ad esempio quelli portuali. Troppe volte il timore della rigidità dei contratti di lavoro ha, di fatto, bloccato opportunità di sviluppo che di lavoro avrebbe potuto crearne davvero molto. E, alla fine, stabile.



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