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Grandi scoperte e grandi bufale. I segreti dell'archeologia 2.0
Matteo Sacchi
Il Giornale, 09/02/2018

Eric H. Cline in "Tre pietre fanno un muro" racconta successi e clamorosi errori: da Heinrich Schliemann ai giorni nostri


Una pietra è una pietra, due pietre sono un indizio, tre pietre fanno un muro. E un muro è quanto basta per far litigare a morte gli archeologi.

Perché capire davvero che cosa sia un reperto è tutt'altro che facile. Per rendersene conto, niente di meglio che leggere il saggio di Eric H. Cline che nel titolo riprende proprio questo detto che va di moda tra gli scavatori professionisti: Tre pietre fanno un muro. La storia dell'archeologia (Bollati Boringhieri, pagg. 478, euro 26).

Cline, che dirige il Capitol Archaeological Institute della George Washington University, non è soltanto uno degli archeologi più quotati al mondo - è forse il più grande esperto della storia della Palestina antica -, è anche un divulgatore dalla penna agile e divertente. Così, in questo volume mette alla portata del grande pubblico molti degli sviluppi più innovativi dell'archeologia. E fa capire, anche a chi non è del mestiere, quanto sia complicato questo tipo di ricerca che spesso, però, finisce gettato in pasto a noi tutti a colpi di titoloni di giornali, cosa che di sicuro non aiuta la comprensione vera.

E, in effetti, il largo spazio dedicato nel libro alle bufale e agli errori archeologici è tra i più gustosi. Tutti sappiamo quanto sia stata rivoluzionaria la scoperta del sito archeologico di Troia da parte di Heinrich Schliemann (1822-1890). Cline però mette i puntini sulle i. E il primo puntino è che il vero scopritore del sito è stato Frank Calvert (vice console americano in Turchia) il quale, tapino, non aveva, a differenza dell'ex affarista tedesco, i fondi per iniziare gli scavi. Scavi, per altro, condotti in fretta e furia con una gigantesca trincea che ha di molto complicato la vita agli archeologi successivi. Sì, perché a Troia di città sovrapposte ce ne sono almeno nove (che poi gli storici contemporanei hanno diviso in ulteriori sotto-periodi). Ma Schliemann non è andato tanto per il sottile con i materiali che non riteneva corrispondenti a quello che, secondo lui, era il livello omerico, Troia II. Oggi sappiamo che il livello corrispondente alla Troia di Omero è probabilmente il VIIa, in effetti devastato da una guerra. E non è la sola correzione prodotta dal senno del poi. Gli archeologi si sono accorti che attorno alla collina di Hissarlik ci sono i resti di una città molto più grande, quella studiata sino ad ora è soltanto l'antica rocca. Forse la Troia omerica era davvero una grande città, di venti ettari, come ci viene raccontata dal mito.

Però anche gli archeologi contemporanei ogni tanto prendono la loro bella cantonata, quando si affrettano a dire che tre pietre sono un muro. Soprattutto quando le pietre sono state scoperte con il telerilevamento (un magnetometro al cesio). Sempre a Troia una scansione preliminare provocò i titoloni dei giornali nel 1993: Scoperto un nuovo gigantesco muro che circonda la città bassa. Quando poi gli archeologi andarono a scavare davvero, trovarono soltanto un fossato ripieno di immondizia. Era più o meno normale avere attorno alla città un fosso dove buttare i rifiuti. Serviva anche a difendersi dagli Achei? Sarebbe interessante saperlo...

Eppure questa lezione non è servita a evitare la smania da conferenza. È il caso di Superhenge un cerchio megalitico che avrebbe dovuto essere molto più esteso di Stonehenge e che era stato individuato a tre chilometri dal famoso sito megalitico britannico. Di nuovo un tele rilevamento. Quando si è scavato, davvero nessuna pietra. Unicamente delle specie di pozzi riempiti di detriti. Non è detto che non sia una scoperta importante, semplicemente per ora nessuno ha idea di che cosa abbiamo scoperto.

L'archeologia è così, la tecnologia aiuta ma, alla fine, serve sempre un essere umano che provi a intuire che cosa stava nella testa di quegli altri, gli esseri umani di prima. E non è quasi mai facile. Basti pensare all'epopea degli studi su Pompei, che il libro riassume a meraviglia, o alla ricerca delle città dei Maya. Ma non soltanto classici. Cline mette davanti al lettore alcuni fra i siti più misteriosi, e promettenti, dell'archeologia più recente. C'è Göbekli Tepe, forse l'insediamento umano stabile più antico della storia e che potrebbe ribaltare le nostre conoscenze su come sono nate le civiltà, o gli studi più recenti sulle famose linee di Nazca in Perù. La cosa più gustosa è vedere un professionista della ricerca ammettere, con onestà, tutte le cose che non sappiamo e smontare, con ironia e sagacia, le teorie bizzarre e piene di alieni - da Atlantide alle piramidi - che vanno per la maggiore nella fanta archeologia.

Perché se tre pietre fanno un muro, per chi gioca con la credulità popolare, sei pietre fanno un palazzo costruito dagli alieni.



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