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La storia staziona a Termini
di Salvatore Settis
Il Sole 24 Ore, Domenicale, 11 marzo 2018

Il celebre scalo ferroviario romano voluto da Pio IX, ricostruito in età fascista e completato per l'Anno Santo (1950), cela preziose presenze archeologiche

Roma è come qualcuno che si guadagna da vivere mostrando ai turisti il cadavere della nonna: così James Joyce in una lettera al fratello (1906). Non sono solo i malumori di un irlandese di passaggio: pochi anni dopo (1913), Giovanni Papini inveiva contro gli italiani bidelli di sale mortuarie e servitori di vagabondi esotici, dato che Roma non vive col lavoro indipendente dei suoi cittadini, macollo sfruttamento pitocco del genio dei padri e della curiosità dei forestieri. La città antica, col suo gigantesco peso di rovine e di memorie, vista come una palla al piede che impedisce lo sviluppo della modernità.

Secondo questa retorica, sposata in toto dai futuristi, se Roma (o l'Italia) non decolla, la colpa non è degli italiani, men che mai di chi li governa, ma degli antichi romani se non degli etruschi o della Magna Grecia. Eppure di quando in quando Roma prova a "modernizzarsi": un ruolo cardine, in questa storia di fallimenti e di successi, lo hanno avuto le ferrovie, e in particolare la stazione Termini.

La sua lunga vita si annoda intorno a due momenti principali: la prima fondazione, che fu fra gli estremi atti di governo dell'ultimo papa-re Pio IX(1869), e il suo totale rifacimento (1936-1950).In ambo i casi i lavori nell'area di Termini(detta così per le vicine Terme di Diocleziano) si svolsero a cavallo di eventi cruciali: prima il passaggio di Roma al Regno d'Italia, poi la guerra, la fine della monarchia e la creazione della Repubblica. Perciò il libro Termini. Cornerstone of Modern Rome, appena pubblicato come 65 volume dei benemeriti Studi del Reale istituto Olandese di Roma, esplora una vicenda che non riguarda solo la città, ma anche i valori simbolici che le sono associati, come serbatoio di memoria storica e come capitale di un Paese spesso incline a perdere di vista in un sol colpo i propri ricordi e i propri traguardi.
Autori del libro sono l'olandese Arthur Weststeijn e lo svedese Frederick Whitling: due membri della vasta comunità delle "scuole straniere" di Roma, la più grande concentrazione al mondo di istituti di ricerca e studio delle nazioni più varie. Vivendo a Roma per lunghi periodi, questi studiosi maturano con la città un rapporto singolare, fatto insieme di familiarità e di distanza: questo libro è ottimo esempio di una tale spola fra lo sguardo "da lontano", quello dei loro Paesi d'origine, e la minuta ricerca d'archivio, con puntuale conoscenza dei luoghi e dei dati.
Filo conduttore del volume (edizioni Quasar) è il rapporto fra la stazione Termini e le preesistenze, a cominciare dagli imponenti resti delle Mura Serviane, antichissima memoria di una Roma pre-imperiale che giacciono ormai inerti e inosservati a fianco della stazione, e in parte nelle sue viscere, trasfigurate, come l'intero edificio, in una sorta di shopping center dove i treni arrivano ancora, ma quasi per caso.
La ricerca a monte di questo studio è imponente, ma tradotta in un'agile trama narrativa, quasi che gli autori intendessero rendere il proprio lavoro pienamente accessibile ai viaggiatori in transito. Citiamo solo qualche esempio. Ubicazione e destino della stazione furono in gran parte determinate dalle trame di un ecclesiastico belga, Xavier de Mérode, che sia prima che dopo la Breccia di Porta Pia molto si industriò nell'edilizia romana. In quel luogo sorgeva una villa dei principi Massimo, risalente ai tempi di Sisto V (1585- 90), che includeva il Monte della Giustizia, un colle sovrastato da una grande statua di dea in trono (ora nel palazzo massimo di Arsoli): frammenti di una Roma sparita di cui nemmeno i romani si ricordano più.
Fu negli scavi per costruire la stazione che emersero imponenti resti delle mura serviane, che con Roma capitale ne diventarono il principale ornamento: il 4 marzo 1879 la Direzione Generale dei Musei e degli Scavi di Antichità proclamava necessaria la conservazione integra del rudere preziosissimo, secondo i voti espressi dai cultori delle antichità patrie e relatori sinceri del decoro del Governo e della Nazione.

All'altro estremo della vicenda storica, la prima vera Stazione Termini (costruita da Salvatore Bianchi e inaugurata nel 1874) fu considerata insufficiente, e si decise di rinnovarla totalmente in occasione di quella che doveva essere l'Esposizione Universale del 1942, poi cancellata a causa della guerra. Il progetto della nuova stazione fu affidato ad Angelo Mazzoni nel 1936, e in armonia con la pretesa romanità del regime dava enorme risalto ai resti delle mura serviane: dopo aver cinto la Romapiù antica, esse dovevano dare il benvenuto ai visitatori della città più moderna. Interrotti dalla guerra, i lavori si erano concentrati sui lati ma non erano arrivati alla facciata, concepita come un vasto colonnato classicheggiante. Un tal linguaggio che sapeva di romanità fascista non era più accettabile dopo la guerra; si lanciò allora un concorso di idee, vinto ex equo da due gruppi di architetti, uno dei quali aveva scelto come motto Servio Tullio prende il treno. Ma ai sei architetti dei due gruppi (guidati da Annibale Vitellozzi ed Eugenio Montuori) la commissione giudicatrice chiese di elaborare un nuovo progetto con criterio intelligentemente moderno, senza tendenza al monumentale, affermando la più completa indipendenza da costruzioni stilistiche superate ed inattuali; in altre parole, di de-fascistizzare la facciata.
Nasce di qui il disegno finale, con il celebre e fortunato "dinosauro" del tetto-pensilina, segnacolo di una Roma rinata dalle ceneri della guerra e pronta a misurarsi ancora con la sua storia più antica, le mura serviane (la stazione fu inaugurata nel dicembre 1950). Questi e molti altri episodi di una vicenda intricata e significativa sono raccontati da Whitling e Weststeijn con intelligenza e con verve, ma il loro non è solo un lavoro erudito. Il vero scopo, il "sottotesto" del libro è una domanda di fondo: quale è, e come è cambiato, il ruolo delle memorie del sottosuolo in questa che resta oggi la principale porta alla città "eterna"? A rendere ancorpiù evidente la novità di questo approccio, gli autori introducono un neologismo funzionale, heritageography, parola composita (heritage, o patrimonio culturale, più geography) che non si può riversare tal quale in italiano.
Essa mira a designare un metodo d'indagine che coglie al tempo stesso la formazione del concetto di patrimonio culturale (cultural heritage) e i problemi pratici che insorgono quando si tratta di conservare specifici resti del passato, integrandoli o meno nel tessuto di una città contemporanea. Da questo punto di vista, lo studio delle azioni di tutela (individuali o istituzionali) deve integrarsi con l'analisi dei momenti e delle fasi di più o meno totale inazione, quando il patrimonio culturale sembraperdere ogni valore e viene accantonato o marginalizzato. Quanti si accorgono, oggi, dei resti delle mura serviane inglobati nel ristorante McDonald's a Termini? È una delle domande che gli autori si pongono e ci pongono. Con una considerazione amara: l'opuscolo sulla Stazione Termini pubblicato in occasione della sua inaugurazione nel 1950 dava moltissimo rilievo alle mura serviane, mentre l'analogo opuscolo pubblicato per celebrare i lavori di risistemazione nel 2000 (un altro Anno Santo) non dedica ad esse nemmeno una parola. Forse, dicono gli autori, se Joyce visitasse Roma oggi la vedrebbe come qualcuno che ha in casa il cadavere della nonna, ma nemmeno se ne accorge. Perché la memoria storica sia un vero ingrediente della modernità, essi concludono, la componente erudita deve saper innescare emozioni, mescolando memoria e desiderio (T. S. Eliot).

Arthur Weststeijn-Frederick Whitlimg, Termini. Cornerstone of modern Rome, Roma, Edizioni Quasar, pagg. 164, 38



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