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Lettera aperta ad Andrea Carandini
Salvo Barrano
https://emergenzacultura.org/2018/03/23/lettera-aperta-ad-andrea-carandini/#more-5188

Ripubblichiamo la lettera che il Presidente Ass.ne Naz.le Archeologi scrisse circa un anno fa al Presidente del FAI

Al Professor Andrea Carandini

Caro Collega,

ho letto con attenzione il suo editoriale Principi e Belle Addormentate, apparso un paio di giorni fa sulla pubblicazione del FAI, prima che si sollevassero le proteste da parte delle Guide Turistiche professionali.

Nel leggerlo ho subìto lincanto ammaliante delle sue parole avvolgenti. Con orgoglio e fierezza Lei esibisce a ragione i numeri impressionanti del FAI e racconta la sua forza di mobilitazione. Ci parla della capacità di narrazione dei volontari, che presuppone conoscenza e passione di comunicare. Forse in uninconscia tentazione autobiografica, Lei parla anche di prìncipi (i volontari del FAI che aprono le porte dei castelli fatati) e di belle addormentate nel bosco (il popolo evidentemente inteso come corpo ignorante e sonnolento che ai quei castelli non ha mai avuto accesso). Parole suadenti che rivelano però un vizio di lettura della società italiana, un difetto di concretezza e di realtà, un riflesso condizionato forse fisiologico per un nobile come Lei, che si appresta a festeggiare i suoi ottantanni da privilegiato pensionato retributivo, figlio di Ministro, professore già a trentanni, ordinario per quaranta, già Presidente del Consiglio Superiore dei Beni Culturali e oggi alla guida del FAI. Ruoli di prestigio e di fama, che Lei ha conquistato sul campo per indubbi meriti che le vengono universalmente riconosciuti in ogni ambiente.

Cosa manca però mi sono chiesto nelle sue parole eleganti? Cè leredità, la passione, il dono, la pienezza, la gioia, la vocazione, la bellezza, la primavera; e persino la bidimensionalità, leradicazione, i prìncipi e le addormentate. Ma cè anche tanta Costituzione: lambiente, il paesaggio, la cultura.

E allora cosa manca? Cosè che rende queste sue parole fastidiosamente retoriche e stucchevoli per un paio di generazioni di storici dellarte e archeologi italiani come me?

Caro Professore, manca un presupposto fondamentale: quello del lavoro. Ai suoi nobili castellani del volontariato manca evidentemente o forse Lei fa finta di ignorarla lurgenza delloggi, listanza genuina della rivendicazione delle cose semplici. E come se Lei volesse arrivare allarticolo 9 della Costituzione senza fare i conti con i primi quattro. Nel suo racconto edulcorato manca listanza del lavoro. Tutta questa bellezza che Lei racconta diventa fastidiosa se rimane loggetto di una romantica passione da coltivare per diletto, diventa rabbia se non sa trasformarsi nellopportunità di una professione per migliaia di persone che per anni si sono formate con impegno e sacrificio per acquisire competenze specialistiche. Tutta questa meraviglia che Lei vanta diventa arroganza generazionale se in un settore che frutta al paese quasi 90 miliardi di euro nellindustria culturale e creativa, il 6% della ricchezza del Paese la conoscenza viene intrappolata nella prigione eterna del volontarismo senza sbocciare mai nella prospettiva sana e fresca del lavoro retribuito, nella realizzazione personale di sentirsi pagati ancor prima che appagati.

Cultura è Lavoro, questo è lo slogan di una manifestazione promossa a Roma nel 2014 dallAssociazione Nazionale Archeologi, di cui sono presidente. Perché è il lavoro che manca in Italia, non la passione o la bellezza o la cultura o i turisti.

Dalle eburnee torri dei prìncipi forse non si avverte linsulto quotidiano a migliaia di specialisti iperformati, stufi di essere sfruttati con lavori a buon mercato travestiti sotto forma di stages e tirocini, come quelli promossi di recente anche dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali con gli inaccettabili bandi dei Giovani per la Cultura.

Nessuno può aver nulla contro i volontari, ma nessuno usi la retorica del volontariato per legittimare una macchina ben congegnata che rischia di rivendicare lo sfruttamento sciacallo, con la storiella dei prìncipi e delle principesse, inghiottendo così i presupposti di uno sviluppo sano basato sulla bellezza del lavoro.

Ancora oggi, malgrado lesistenza di una chiara normativa di riferimento, di lauree, specializzazioni, dottorati, post-dottorati, di corsi di abilitazione professionale e di alta formazione nelle discipline afferenti i Beni Culturali, con il sostegno meschino delle Istituzioni e delle più alte cariche dello Stato la conoscenza e la trasmissione del patrimonio culturale vengono per lo più considerate attività del mondo del volontariato e del dilettantismo. Salvo poi ipocritamente lamentarsi del fatto che lItalia abbia addirittura il 40% di disoccupazione giovanile, il tasso più alto tra i Paesi OCSE.

E forse, a ben vedere, questo esito altro non è che un modo per riportare il patrimonio culturale e la cultura tutta al tempo della nobiltà sabauda, quando costituivano linvolucro elegante per celare la brutalità dei rapporti sociali e non lo strumento di promozione sociale affermato nella stessa Convenzione di Faro: un mondo fatto di mecenati e popolo.

La formazione universitaria, la conoscenza e la professionalità, caro Professore, dovrebbero creare sviluppo, buona occupazione ed essere retribuite in maniera adeguata, e non deliberatamente ignorate nel nome di una logica miope e superficiale. Questo patrimonio umano di competenze rischia oggi di essere annientato da politiche cieche alle quali Lei presta, in questo modo, il suo autorevole fianco.

Salvo Barrano

Presidente Associazione Nazionale Archeologi

http://www.archeologi.org/comunicati-stampa/lettera-aperta-del-presidente-salvo-barrano-ad-andrea-carandini-presidente-del-fai.html



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