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Assalto alla maxi centrale il piano per abbattere lecomostro di Montalto
SERGIO RIZZO
3 APRILE 2018 la repubblica




Una gigantesca pila esausta che per uno scherzo del destino porta il nome dellinventore della pila. Ecco che cosè la centrale elettrica Alessandro Volta di Montalto di Castro, provincia di Viterbo. Una pila scarica, costata agli italiani lequivalente di una somma stimabile oggi in 15 o 16 miliardi: almeno 250 euro per ogni abitante. Quasi un punto di prodotto interno lordo gettato letteralmente dalla finestra per finanziare il più grande spreco dellItalia repubblicana che ora giace lì, sdraiato su 250 ettari del litorale laziale quasi al confine con la Toscana, come un enorme Transformer immobile che protende la ciminiera di 150 metri verso il cielo. Immobile e spento, con le sue caldaie mute e limmenso sarcofago di cemento armato dellimpianto nucleare mai entrato in funzione che trasuda ruggini dalle crepe.
Una pila scarica che il degrado inevitabile rischia di trasformare in una bomba ecologica, sostiene ora un rapporto tecnico commissionato dal Comune di Montalto di Castro che giovedì 5 aprile verrà esaminato dal consiglio comunale. Con esiti che potranno rivelarsi clamorosi. Perché se il consiglio comunale condividerà i contenuti di quello studio di fattibilità tecnico-giuridica, comè scritto sul frontespizio del rapporto, sarà il primo passo per labbattimento della centrale.
Anzi, delle due centrali.
La tesi degli esperti è che linterruzione dei lavori di realizzazione dellimpianto nucleare decisa in seguito al referendum del 1987 avrebbe fatto decadere il permesso di costruzione. E la conseguenza, inevitabile, è unordinanza di demolizione del relitto della vecchia centrale nucleare. Che potrebbe essere, però, soltanto la premessa per colpire anche il bersaglio grosso. Cioè limmensa centrale termoelettrica costruita lì accanto dopo lo stop allenergia atomica decretato dagli italiani trentanni fa.
Ricordiamo come andò, cominciando proprio dalla nascita della centrale nucleare: il parto più travagliato della storia energetica italiana, concluso con un aborto costosissimo. Alla fine degli anni Settanta londa antinuclearista montava impetuosa: lincidente di Three Mile Island, nel 1979, aveva alimentato un potente movimento dopinione mondiale di cui portabandiera, in Italia, erano ambientalisti e sinistra extraparlamentare. Ma lopposizione alla costruzione della più grande centrale atomica mai realizzata in Italia, in una delle aree meno urbanizzate del Paese, la Maremma laziale, non aveva mai dato grossi risultati. Fino al disastro di Chernobyl, primavera 1986.
Quellepisodio cambiò il corso degli eventi. I partiti si schierarono immediatamente contro lenergia atomica. Tutti, tranne i repubblicani. Così il referendum del novembre 1987, con Giovanni Goria che aveva da pochi mesi sostituito Bettino Craxi a Palazzo Chigi, fu una specie di plebiscito antinucleare. I lavori alla centrale di Montalto di Castro, quasi completata, vennero subito interrotti. E cominciò unaltra partita, quella dei danni rivendicati da fornitori e costruttori.
Per compensare lEnel si decise di costruire unenorme centrale termoelettrica, in grado di bruciare qualunque combustibile. E a questo impianto sarebbero stati in seguito accoppiati altri piccoli gruppi a turbogas, per un totale di 3.200 megawatt. Nuova centrale, nuovo battesimo: con il nome altisonante di Alessandro Volta. La centrale più grande dItalia, con un impatto ambientale pazzesco e una capacità inquinante proporzionata. Un regalino niente male pure ai petrolieri, che finalmente incassavano i dividendi di una guerra combattuta per decenni contro gli impianti alluranio (e condita da vicende come lo scandalo dei petroli del 1974 che originò il finanziamento pubblico dei partiti).
Ma limportante era soprattutto far girare i soldi, a giudicare dal conto finale. Ai circa 7 mila miliardi di lire già spesi per la centrale nucleare se ne aggiunsero infatti, secondo stime fatte nel 1998 dallautorità per lEnergia, altri 9.437 per la cosiddetta riconversione di Montalto di Castro. Soldi che dovevano servire non soltanto per la costruzione dellimpianto termoelettrico, ma anche per lo smantellamento della centrale nucleare. Che invece è ancora lì, con il suo cemento rigato di ruggini. Il totale? Oltre 16 mila miliardi di lire: corrispondenti, appunto, secondo un calcolo con le tabelle di rivalutazione Istat considerando gli anni di spesa, a oltre 15 miliardi di euro attuali. Due ponti sullo stretto di Messina, per capirci.
Il bello è che se la centrale nucleare non ha funzionato affatto, il mostro termoelettrico ha funzionato pochissimo. I pochi anni durante i quali ha prodotto energia, lha fatto per 2 o 3 mila ore lanno, contro le teoriche 8.600. La ragione?
Costi troppo alti. Insostenibili, addirittura: tanto da relegare il maestoso impianto alla panchina, ridotto a riserva produttiva in caso di carenze energetiche. Ma la storia dei costi era nota fin dallinizio. E ormai da anni la centrale di Montalto è perennemente spenta. Al punto che le caldaie dellimpianto principale sono state scollegate, e ora si possono accendere soltanto due piccoli gruppi turbogas, per un totale teorico di 250 megawatt.
Lunica ragione per cui Montalto di Castro non viene definitivamente chiusa è la determinazione del Ministero dello sviluppo a lasciare in vita un piccolo presidio produttivo in caso di emergenza.
Loffensiva del Comune di Montalto, unamministrazione di centrodestra guidata dallassistente di volo in aspettativa Sergio Caci, potrebbe però cambiare completamente lo scenario. Giù il relitto della centrale nucleare. Quindi, perché no, giù anche la ciminiera alta 150 metri. Le caldaie non funzionano più: a che scopo lasciare in piedi quel mostruoso comignolo? E compiuto quel passo, il resto verrebbe da sé. Facendo tornare tutto comera prima, negli anni Settanta. Senza quei mostri, mai utili, piazzati davanti a chilometri di costa allora incontaminata. Sognare, dopo tutto, è lunica cosa che non costa nulla.



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