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Architettura come ideale, non stile. La lezione e lappello di Gregotti
Pierluigi Panza
Corriere della Sera 16/4/2018

Il confronto tra i formalismi architettonici contemporanei (esperienze pop, decostruttiviste e tutte quelle falsamente autonome al soldo degli sviluppatori) e larchitettura intesa come pratica artistica nella tradizione del moderno è largomento del nuovo libro di Vittorio Gregotti, intitolato Quando il moderno non era uno stile (Archinto). Gregotti sistematizza tre interventi scritti nel 2005, 2007 e 2015 facendoli precedere da una inedita introduzione per allarmare sulla fine dellarchitettura come pratica artistica di carattere critico finalizzata al miglioramento sociale e il suo scadere nello stilismo.

Se pochi sono i dubbi sulla nobiltà intellettuale di una pratica così intesa e così tanto, oggi, disattesa alla quale possiamo solo richiamare , due sono gli aspetti di confronto con Gregotti che intrigano una discussione. Il primo è quello sulla liceità che i formalismi contemporanei, espressioni del nichilista Capitalismo finanziario-estetico, abbiano trovato dimora anche da noi: essendo la pratica artistica anche riflesso della società che la genera, credo che ciò sia consono e pluralista. Se sono un virus è compito di una società sana contrastarle e inoculare un vaccino, non osteggiarne lepifania. Il secondo è se il Movimento Moderno ha ottemperato allideale illuministico di miglioramento sociale collettivo attraverso la pratica dellarchitettura oppure se sia stato proprio un suo deficit il grimaldello che ha aperto alla seduzione dellimmagine come forma di conforto momentaneo. Poiché un effetto è sempre preceduto da una causa.

La pratica artistica che si pone nella tradizione del moderno in architettura è stata il Movimento Moderno, altrimenti Razionalismo in senso vasto, ovvero quellideale e non stile, come sottolinea Gregotti che, gettate le radici nel Settecento si è sviluppato nelletà dellindustrializzazione e ha avuto in Gropius e Le Corbusier i maestri dopo i pionieri. Muovendo dalle contraddizioni della società, il Movimento Moderno creava relazioni tra teoria (nel solo 1966 vennero pubblicati i tre importanti contributi di Gregotti, Rossi e Venturi) e pratica architettonica e dei linguaggi, persino per i quartieri popolari (dal Gallaratese, al Corviale allo Zen). Il Razionalismo ha ottenuto, però, risultati non soddisfacenti nelle periferie delle città e anche nel disegno urbano della cintura con distruzione del paesaggio antropogeografico e dei piccoli centri, disgregati nellidentità.

È vero che il Movimento Moderno ha sempre svolto anche unazione di autocritica, ma lattuale disgiunzione postmoderna e decostruzionista, con riduzione dellarchitettura a oggetto stilistico di design privo di contesto, credo abbia trovato humus nellinsoddisfacente risultato ottenuto dal Moderno on the ground . Che queste siano espressioni di hybris è evidente; ma anche lInternational Style e lhi-tech avanzavano pretese globaliste e totalitarie, almeno nellespressione. Certo, erano esperienze ispirate a ideali migliorativi, persino verso lex Terzo mondo, ma hanno ottenuto i loro migliori risultati dove lélite finanziaria o uno Stato munifico a fini autocelebrativi ha sostenuto gli interventi.

In definitiva, il tramonto della società industriale sostituita dal neocolonialismo della finanza e delle tecnoscienze (non come strumenti, ma come fini), non poteva che portare a unarchitettura della manipolazione, della falsa creatività, della telearchitettura. È, questa, lespressione cogente dellincessante società del sempre nuovo, delloltranzismo tecnologico e della manipolazione genetica.

Il problema, come sottolinea Gregotti, è che riaprire un dibattito sui fondamenti della disciplina sembra non interessare nessuno, né gli architetti né linsegnamento universitario. Sulla politica non si può fare affidamento finché un nuovo Piano case non acquisisca sostanza elettorale, anche perché siamo un Paese indebitato, sotto ricatto dei Fondi di investimento. Così, oggi, il giudizio sulla pratica artistica resta affidato al neocolonialismo del mercato, domina la semplificazione estetica (populismo estetico), gli studi di successo sono organismi di produzione ovunque dominano burocrazia e indebolimento dellinteresse pubblico per la pianificazione, che cede il passo a una città generica come sommatoria di flessibilità.

Linvito è a ripartire dai fondamenti: storia, teorie, modi del fare; un passo indietro della creatività e uno in avanti della critica (e dellautocritica) per frenare lincessante ricerca scenica del nuovo.




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