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Napoli. La cultura e quelle zes da realizzare
Stefano Consiglio*
Corriere del Mezzogiorno - Campania 21/4/2018

* Stefano Consiglio Ordinario di Organizzazione aziendale Università Federico II

In questo momento Napoli vive una stagione di grandissima effervescenza nel settore culturale ed il dibattito aperto, sulle pagine del Corriere del Mezzogiorno, dallintervento di Marco dIsanto ci offre lo spunto per ragionare su quanto sta succedendo nella nostra città e non solo. Il ridimensionamento delle risorse stanziate nel corso degli ultimi anni, per supportare le politiche culturali, ha innescato da un lato la crisi degli operatori tradizionalmente sovvenzionati dal pubblico ma anche un effetto inaspettato: laffacciarsi sulla scena di progettualità molto innovative che sono riuscite a intercettare nuovi fabbisogni e nuovi pubblici. Si tratta di iniziative nate per trasformare siti culturali erroneamente definiti minori in attrattive di primo piano per la fruizione turistico - culturale (le Catacombe di Napoli ed il sistema culturale della Sanità, il Museo Cartastorie, le tante chiese riaperte, come la Chiesa di San FIlippo e Giacomo gestita da Respiriamo lArte, i tanti siti sotterranei tra cui la Galleria Borbonica, larea marina protetta della Gaiola, il Museo delle Arti Sanitarie, ecc.); in incubatori di produzione culturale e sociale (Asilo Filangieri, Je so pazzo, Giardino Liberato, Le Scalze, ecc.) o in location per performing arts (Pietà dei Turchini, Domus Art, Ztl, Napulitanata, ecc.). Ma anche sul fronte della produzione culturale e creativa la città di Napoli ha visto in questi anni la nascita e lo sviluppo di numerosissime realtà culturali nel campo del teatro, della musica, del cinema, dellanimazione e della letteratura.

Il gruppo di ricerca del laboratorio di Management del patrimonio e delle industrie cultuali dellUniversità di Napoli Federico II ha avviato, nel corso di questi ultimi anni, una riflessione attenta su questo fenomeno che evidenzia un attivismo ed un protagonismo che si oppone allimmagine stereotipata di un Mezzogiorno arreso e assistito.

Dietro queste iniziative ci sono persone che hanno scelto di attivarsi per realizzare un progetto in grado di rispondere ad uninteresse personale ed al tempo stesso culturale e sociale in un contesto che presenta fortissime criticità sociali ed economiche. Il primo elemento che balza agli occhi è che nessuno tra i casi analizzati è nato allinterno di una programmazione distrettuale; si tratta di iniziative nate dal basso, sulla base di processi spontanei ed in un contesto di riferimento tendenzialmente ostile.

Unaltra caratteristica che accomuna in qualche modo tutte le iniziative che abbiamo studiato, è che siamo lontani anni luce dalla retorica sulle start-up innovative. Siamo in presenza di piccole realtà micro-imprenditoriali che riescono a sostenersi economicamente ed a garantire occupazione a chi opera al suo interno. Lelemento che distingue queste realtà dalle start up innovative è il loro radicamento territoriale, in quanto la loro principale missione è proprio quella di prendersi cura e valorizzare il patrimonio culturale materiale ed immateriale della città. Limpatto sulleconomia locale di ogni singola realtà è limitata, ma se valutate complessivamente queste iniziative sono in grado di attivare processi di rigenerazione urbana ed esternalità positive. Se pochi sono i punti di contatto con le startup innovative, anche le similitudini con il mondo dellassociazionismo non sono tante.

Queste realtà, infatti, si caratterizzano per una spiccata attenzione alla sostenibilità economica, necessaria per garantire la remunerazione del lavoro professionale di chi si è fatto promotore e gestore delliniziativa. Un altro aspetto interessante che accomuna molte delle storie analizzate è legato allincapacità delle istituzioni pubbliche e degli attori territoriali di supportare la sfida intrapresa dagli innovatori in ambito culturale. Il raggiungimento di importanti risultati è stato reso possibile nonostante lassenza della PA piuttosto che grazie al suo supporto. Da un punto di vista generale, quindi, la PA, nelle sue diverse articolazioni, non ha favorito la nascita di queste iniziative. Paradossalmente la principale policy per favorire la crescita e lo sviluppo di questo fenomeno consiste in primo luogo nel cercare di non ostacolare tali iniziative.

Per perseguire tale approccio, apparentemente facile, la pubblica amministrazione deve essere in grado di dimostrare una propensione al cambiamento che spesso è difficile riscontrare. Un atteggiamento positivo nei confronti di queste esperienze richiede infatti la capacità di non replicare routine consolidate e di convincersi che fare qualcosa che non si è mai fatto in passato non necessariamente significa compiere un errore e non rispettare una legge o un regolamento.

Un altro possibile indirizzo di policy che emerge dalle riflessioni fatte sui casi analizzati riguarda i possibili strumenti attivi che è possibile mettere in campo per supportare tale fenomeno. La proposta di Marco dIsanto relativa alla realizzazione delle ZES della cultura rappresenta uniniziativa concreta che le istituzioni potrebbero implementare per dare un supporto reale alle numerosissime iniziative che in diversi ambiti si stanno sviluppando nella nostra città. Uno strumento automatico in grado di ridimensionare il ruolo dellintermediazione politica istituzionale, agevolando soprattutto i nuovi attori del sistema culturale. Si tratta di una misura che ridimensiona le conflittualità e le gelosie tra operatori culturali che caratterizzava il sistema assistenziale del secolo scorso e che favorisce la collaborazione e laggregazione. Finora il dibattito aperto dal Corriere del Mezzogiorno evidenzia un accordo unanime sulla proposta da parte di alcuni importanti operatori, sarebbe interessante conoscere il parere di chi oggi ha la responsabilità delle politiche culturali a livello nazionale e locale.



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