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La storia del crocifisso veneziano
Beba Marsano
Corriere della Sera 22/4/2018

Il parroco avido, il nazista e il principe visionario: le peripezie (a lieto fine) del Cristo di San Pantalon

Un pretuncolo affamato di schèi, un mercante senza scrupoli, un ostaggio eccellente. E una lunga, complessa catena di indagini sullo sfondo del mercato clandestino dellarte, che dalla sagrestia di una parrocchia lagunare arriva a sfiorare i vertici del Terzo Reich. Una spy story avvincente, tra dabbenaggine e malafede, quella emersa in occasione di Restituzioni dal restauro del Crocifisso della chiesa di San Pantalon a Venezia.

Opera monumentale, preziosa e dimenticata di un non meglio identificato Maestro della Croce di San Pantalon (1335-45), occupata da un sanguinante Cristo dolens, venerato per secoli come miracoloso.

Un Cristo senza piedi, amputati da un vecchio, maldestro restauro, che, però, un bel giorno del 1935 prende e se ne va. Sparisce. Incurante dei devoti, che ogni giorno gli cantavano li divini officis. Ma nessuno sembra accorgersene. Fino a una decina di anni più tardi quando, su intempestiva segnalazione di un parrocchiano, Sovrintendenza e Carabinieri della Tutela patrimonio culturale iniziano a dipanare una matassa che si presenta più ingarbugliata della testa di Medusa.

Il bandolo? La cessione indebita della tavola da parte del parroco a un antiquario di Bassano del Grappa in cambio di una somma di denaro irrisoria. Alto tradimento per nemmeno trenta denari.

Lopera prende la via di Firenze per approdare nella collezione di Ernst Saulmann, industriale ebreo, che le leggi razziali costringono a riparare in Francia, dove il prezioso Crocifisso passa nelle mani di Gustav Rochlitz, saccheggiatore darte per conto del Terzo Reich.

La figlia Sylvia, che lo eredita nel 1987, lo ricorda appeso nella loro casa di Füssen, il pittoresco villaggio bavarese in cui la follia di Ludwig diede forma al castello di Neuschwanstein, che ispirò Walt Disney per quello di Cenerentola.

A sua volta Sylvia Rochlitz lo vende al figlio del celebre storico dellarte Benno Griebert, che tenta invano di farsi riacquistare la croce da don Angelo, quello stesso parroco di San Pantalon che laveva ceduta. Sballottato, segregato, mal conservato, il povero Cristo perviene intanto alla casa daste Lempertz di Colonia, che lo restituisce al Vaticano nel 2013, anche se è solo nel 2016, dopo quasi ottantanni di latitanza, che lopera fa finalmente ritorno nella chiesa dorigine.

Quella chiesa in un campiello di Dorsoduro famosa per il soffitto con Il martirio di San Pantalon, non affresco, bensì dipinto su tela di 443 metri quadrati, realizzato in ventiquattro anni di lavoro da Gian Antonio Fumiani, che sembra morisse cadendo da unimpalcatura mentre lo terminava.

Tornato dalla cattività in deplorevole stato di conservazione, il grande Crocifisso (254 x 200 centimetri) è stato sottoposto a un restauro amorevole, nellambito di Restituzioni, che ne ha restituito inattese, incantevoli raffinatezze e tutta la ricchezza di espedienti pittorici.

Dalle lumeggiature bianche del volto e delle unghie alla terra verdastra dellincarnato livido per caricare di dramma quellesile corpo giustiziato, con le mani abbandonate nella morte, da cui sgorga inestinguibile il sangue della Redenzione.

Un restauro difficile, confessano, chiamato ad arginare i danni, alcuni irreparabili, causati da grossolani interventi di rémise en forme per conferire un aspetto quanto più appetibile, in termini di mercato, a un manufatto già molto deperito per le condizioni dellambiente, ebbe a dire don Angelo nel tentativo di una parziale discolpa.

Ma anche loccasione per fare luce, per la prima volta, sulla personalità dellabilissimo autore, a capo probabilmente di una bottega specializzata in dossali. E per questo ribattezzato anche come Maestro dei dossali veneziani.



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