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Vallombrosa. Il luogo dell'anima che ha perso il treno
Enrico Nistri
Corriere Fiorentino 29/4/2018

Ci si andava prima in carrozza, poi in treno, in torpedone, infine in auto, qualcuno in moto o anche in bicicletta. È rimasta, per chi non si accontenta delle alture di Monte Morello o non ha voglia di spingersi fino allAbetone, la domestica montagna dei fiorentini.
E ancor oggi il pratone davanti allabbazia nei giorni di calura estiva brulica di famiglie intente a consumare il rito del picnic. Ma il fascino dei tempi doro è passato da un pezzo. Memorie monastiche a parte, la fortuna di Vallombrosa e del Saltino risale alla fine dellOttocento. Era lepoca della scoperta delle località climatiche, termali, marine, montane. Villeggiare a Vallombrosa era uno status symbol, un po come mandare le figlie a studiare al collegio della Santissima Annunziata: un modo per curare le patologie del corpo come per purgarsi delle inflessioni dialettali. A Vallombrosa venivano da tutta Italia, salvo magari lamentarsi che fosse troppo ombrosa. Anzi, venivano da tutta Europa: qui si fermò Paul Lanzky, poeta tedesco innamorato di Nietzsche, che invitò per un breve soggiorno, ma senza molto successo: lautore dello Zarathustra preferiva lAlta Engandina, in cui aveva concepito lidea delleterno ritorno. Al servizio di quella clientela elitaria venne realizzata, nel 1892, una ferrovia: 8 km a scartamento ridotto che raccordavano il Saltino alla stazione di SantEllero sulla Firenze-Roma. Treni a vapore, muniti di parascintille per impedire incendi alla foresta. Vallombrosa visse allora i suoi giorni più belli, interrotti paradossalmente proprio dalla vittoria italiana nella grande guerra. Lannessione del Trentino-Alto Adige spostò molta parte del turismo italiano verso le montagne redente. La stazione climatica declinò, e con essa la ferrovia, che nel 1924 effettuò lultima corsa. La sostituirono i torpedoni della Sita. Non più stazione climatica nazionale, Vallombrosa divenne la montagna dei fiorentini, meta di scampagnate domenicali nei mesi estivi, ma anche teatro del battesimo della neve per molti bambini. E tale è rimasta, anche se con alterne fortune. Cera chi ci saliva per un déjeuner sur lherbe strapaesano, sul pratone antistante la mole seicentesca dellabbazia, magari con un panino con la porchetta del Vecchio Chiosco. Cera chi bussava al refettorio dei monaci, per gustare aromatiche caramelle al miele, e chi si allargava a un pranzo nella pagoda del ristorante Santa Caterina, così chiamato dalla vicina cappella, con la pasta tirata col mattero, i funghi porcini e gli spiedini cotti al girarrosto col fuoco di quercia. E cera chi, per una merenda, preferiva spingersi fino alla Consuma, al bar Consumi, gestito dagli eredi di una secolare locanda, o al panoramico chalet Il Valico. Per qualche tempo, Vallombrosa conobbe un rilancio anche negli sport invernali. Negli anni 60 sulla vetta di Monte Secchieta vennero aperte tre piste per lo sci alpino e una per il fondo. Poteva essere loccasione per un rilancio, ma le preoccupazioni ecologiche condussero nel 1988 alla chiusura, fra le consuete polemiche. Vallombrosa diveniva sempre più in parte una meta per famigliole in fuga dallafa ferragostana, in parte, con i suoi storici alberghi in molti casi rimasti fermi alla belle époque , asilo di un turismo per anziani, magari parcheggiati dai familiari in una località fresca ma facilmente raggiungibile. Eppure, anche se il trenino non ansima più, la foresteria dei monaci è chiusa dieci mesi allanno e i mutamenti climatici minacciano la vegetazione, Vallombrosa rimane per molti fiorentini un luogo dellanima. E pazienza se in un secolo ha perso più di un treno.




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