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I pini dallantichità simbolo di Roma condannati a morte dalle loro radici
Paolo Conti
Corriere della Sera - Roma 13/5/2018

Sono circa 120 mila, 11 mila sulle strade. Sulla Cristoforo Colombo furono piantati per lEsposizione del 42. Pratesi: Inadatti, più saggio sostituirli

Il rapporto tra Roma e i pini, ovvero i tanti esemplari di Pinus pinea, è antichissimo: nel 200 avanti Cristo esisteva già un boschetto sacro dedicato a Cibele e al suo amato Attis (marito o figlio, a seconda delle versioni del mito della divinità anatolica). Il pino con gli aghi sempreverdi e la pigna ricca di pinoli sono simboli di vita, di resistenza. Da allora quegli ombrelli verdi rappresentano un capitolo dellidentità estetica di Roma. Federico Fellini li ha descritti nel suo film Roma e così Paolo Sorrentino ne La grande bellezza .

Sono alberi che amano il sole pieno e i terreni sabbiosi. Infatti prosperano magnificamente nellarea di Castel Fusano e lungo tutto il litorale laziale o nel cuore delle ville romane (Borghese, Pamphilj, Villa Ada). Quando crescono con la sabbia, arrivano sani e forti anche a 250 anni di vita. Il problema nasce, lo spiega bene Fulco Pratesi, quando la pianta non cresce nel luogo dovè nata, avendo dunque la possibilità di espandere le proprie radici e di rinforzarsi, ma invece viene trapiantata dopo una prima crescita in un vivaio. Ciò comporta lamputazione delle radici orizzontali, la futura difficoltà a irrobustirsi. Molti pini cadono perché laltezza dellalbero è eccessiva rispetto alla modesta espansione delle radici. In più cè la collocazione in terreni troppo compatti, argillosi, o di riporto. Lì la pianta si àncora con difficoltà, ecco il perché delle tante radici che spesso rialzano il manto stradale, soprattutto sullasse della Cristoforo Colombo o sulla via Ostiense: se nè riparlato nei giorni scorsi per la morte di Elena Aubry, 25 anni, sbalzata dalla sua moto e finita contro il guardrail.

Un recente censimento elenca circa 11.000 pini nelle alberature stradali. In tutta Roma, parchi e giardini inclusi, i Pinus pinea sarebbero 120.000.

Proprio nel nome della romanità simbolica del pino, della sua presenza storica in città, il fascismo lo volle come punto di riferimento visivo per collegare quel certo profilo della classicità amato da Mussolini allesperimento urbanistico dellEsposizione universale del 1942, futuro Eur. In più (altro simbolo nel simbolo) il doppio filare di pini avrebbe accompagnato la Cristoforo Colombo, asse di collegamento tra larea archeologica e il litorale (la Terza Roma mussoliniana) passando per lEur. Un albero geometricamente perfetto per il Razionalismo italiano impegnato sul fronte dellEsposizione.

Spiega lo storico Vittorio Vidotto, autore di un classico come Roma contemporanea (Laterza, 2001): Un personaggio chiave, proprio intorno allEur, interpretò gli indirizzi del fascismo in materia botanica. Era Raffaele De Vico, architetto e paesaggista, che nel 1939 ebbe lincarico di dirigere la realizzazione dei parchi e dei giardini dellE42. De Vico venne indicato da Marcello Piacentini, a sua volta nominato per volere di Benito Mussolini sovrintendente allarchitettura, parchi e giardini dellEsposizione universale.

Si deve a De Vico la piantumazione dei pini in vaste aree dellattuale Eur e sulle grandi arterie stradali. Venne individuato un vivaio di riferimento, in quel momento il più grande e organizzato del centro Italia. Si trattava del Vivaio Gigante dei fratelli Nicolini a Capranica, che orgogliosamente ostentava sulla copertina del suo catalogo, sopra la grafica di un immenso pino ad alto fusto pronto per il trapianto, la scritta 100 ettari di coltura a mezzora dalla Capitale. Allinterno, immagini dei propri pini trapiantati a Roma: Mole Adriana, Colle Oppio, ospedale Forlanini. Ancora oggi gli eredi Nicolini gestiscono il Vivaio Garden Nicolini. De Vico non chiuse la sua carriera col fascismo ma diventò capo del servizio giardini dellEur nel 1955, quando cominciò la rinascita del quartiere, e lì restò fino al 1961, a operazione Olimpiade 1960 conclusa.

Fin qui la storia mitica, urbanistica e simbolica dei pini romani (amati anche da Ottorino Respighi, la sua sinfonia I pini di Roma è del 1924, e ai pini dedicò la sua villa sulla Camilluccia progettata proprio da Marcello Piacentini) . Resta oggi il problema tecnico delle radici che sollevano marciapiedi e manti stradali, alla ricerca di un terreno adatto che non troveranno mai. Anche qui viene in aiuto Fulco Pratesi: In prospettiva, questi alberi andranno tutti sostituiti proprio perché, a lungo andare, rischiano cedimenti improvvisi. I pini sono inadatti a troppi terreni romani. Sarebbe più saggio sostituirli, in prospettiva, con i cipressi o con i bagolari, entrambi molto robusti e resistenti, privi del problema legato alle radici. Negli anni dovremo dire addio ai pini, spettacolari ombrelli verdi, ma fragili e dalle radici troppo pericolose.



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