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Lo stop alle opere, il cortocircuito carioca
Alessandro Russello
Corriere del Veneto 9/6/2018

Unalchimia? Un azzardo? Un buon compromesso di popolocrazia raggiunto grazie al sistema proporzionale pur non dichiarando lalleanza in una campagna elettorale fatta più dinsulti che di moine? Se lesercizio di demolizione di un governo appena insediato è una pratica insana, non si può chiudere nemmeno un occhio di fronte al primo rilevante cortocircuito del patto gialloverde carioca Lega-5 Stelle. Un cortocircuito che perfino il sacro totem del contratto, luogo salvifico dove neutralizzare ogni forma di imbarazzo sulle distanze politico culturali (i diritti e le famiglie arcobaleno? Sul contratto non ci sono) non sembra riuscire ad evitare. Sono bastati pochi giorni dallinsediamento del premier notaio del contratto e il Veneto (ma non solo, Firenze è il copia incolla del caso Nordest) è diventato la dimostrazione di quanto sarà difficile governare per la coalizione che si è assunta lonore e lonere di mettere in atto la rivoluzione della cosiddetta Terza Repubblica. Il primo luogo del possibile incendio è quello delle grandi opere, che in Veneto si traducono con lultimazione dellAlta velocità fra Brescia e Padova, lautostrada Pedemontana, e la messa in atto del piano grandi navi a Venezia.

Qui la Lega dimostra la sua inclinazione sistemica, la sua vocazione allo sviluppo condivisa con il mondo imprenditoriale, compreso quello confindustriale. Allinsegna di una crescita che non può prescindere dal motore infrastrutturale. Emblematiche le parole del governatore Luca Zaia, che in questi giorni ha vergato un vero e proprio manifesto del fare che contiene un avviso ai naviganti (gli alleati) nel quale è scritto a chiare lettere che non sono tollerabili intralci. Uno Zaia al quale è perfettamente allineato il vice premier Salvini.

Allopposto i Cinque Stelle veneti (ma non solo), forti della titolarità del ministero alle infrastrutture retto da Danilo Toninelli, rimandano lavviso al mittente rivendicando la strategicità del ruolo e una sensibilità ambientalista molto pronunciata. Testimoniata - tanto per esemplificare - dal fatto che la parlamentare Francesca Businarolo ha trasferito il proprio ufficio istituzionale in unabitazione che sorge sul tracciato della Tav ed è soggetta ad esproprio. Un contro-altolà, quello dei Cinque Stelle, che peraltro si rifà - stavolta sì - al sacro contratto, che in effetti pone il tema della riconsiderazione dei grandi progetti infrastrutturali.

Ma quali? Alcuni? Tutti? Anche quelli mezzi realizzati? E con quali rischi? Ad esempio, sulla Pedemontana in caso di risoluzione del rapporto con il costruttore graverebbe una penale di oltre due miliardi (chissà se ci sarà bisogno dellintervento del premier avvocato degli italiani).

Tantè. Su questo il cittadino-ministro Toninelli ha già detto la sua, avvertendo che la Tav Brescia-Padova e la Pedemontana saranno soggetti a revisione e verrà valutato tutto. Dallaspetto economico, a quello ambientale e financo quello sociale. Con la possibilità di un enorme slittamento dei tempi di realizzazione (sempre nel caso le opere vengano ultimate). Morale? Al netto di flat tax, pensioni e reddito di cittadinanza - le grandi promesse brandite in campagna elettorale e già evanescenti nella loro difficile (impossibile?) sostenibilità economica - rischiano di fermarsi le uniche cose concrete che si ritrova nelle mani il nuovo governo.

Perfino al di là delle singole ragioni, tra grandi promesse e grandi opere il caso veneto è diventato un grosso guaio. Per la Lega, per i Cinque Stelle, per la tenuta del governo e soprattutto per noi, che quelle opere le abbiamo pagate, le pagheremo o pagheremo il prezzo della loro dismissione.



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